Fiume Basso è un quartiere della città di Bender in Transnistria, dove è stata deportata una comunità di "onesti criminali", piccoli mafiosi che sono lì a causa del loro disprezzo nei confronti dei soldi, dei potenti, dei poliziotti e dei comunisti.
Amanti dei tatuaggi che raccontano le loro storie e delle icone religiose per cui spendono tutti i loro soldi, i delinquenti lasciano che l'educazione dei loro figli più piccoli sia riservata agli anziani, che vengono chiamati nonni o zii nonostante non sempre vi siano legami di sangue.
Qui, sul finire degli anni Ottanta, crescono Kolima (Arnas Fedaravicius) e Gagarin (Vilius Tumalavicius), amici sin da bambini, che imparano presto cosa vuol dire il carcere quando Gagarin è costretto da una lunga condanna a rimanervi per molti anni.
Ritornato in libertà, trova però un mondo diverso da quello che ricordava, sconvolto dagli effetti della globalizzazione e a cui cerca di adattarsi a modo suo, comportandosi esattamente all'opposto di Kolima, rimasto fedelmente attaccato ai valori trasmessi da nonno Kuzja (John Malkovich).
C’erano una volta, nel Sud della Russia, in una città divenuta una specie di ghetto per criminali di varie etnie, due bambini di 10 anni, Kolyma e Gagarin, amici per la pelle e influenzati dall’educazione (per l’appunto: criminale) del Nonno del primo.
Che impartisce loro lezioni su furti, rapine, uso delle armi e una serie di regole di un codice molto particolare che, per esempio, non tollera la presenza del denaro all’interno delle case e impone una sorta di paradossale etica religiosa, tale da consentire di chiedere, ogni giorno, il perdono.
«Perdona Signore» dice infatti Nonno Kuzja (figura carismatica e tatuatissima, interpretata con narcisistica nonchalance da un John Malkovich autorevole e divertito) «noi onesti criminali».
L’ossimoro serpeggia un po’ ovunque sia nel libro omonimo di Nicolai Lilin (Giulio Einaudi Editore) sia nel film che Gabriele Salvatores, con la complicità del consolidato duo Rulli & Petraglia, ne ha ricavato.
«Bisogna rispettare tutti» rincara il Nonno «tranne poliziotti, banchieri, governo e usurai»: quasi un manifesto grillino, in un’opera dove la prima parte è capace di infiammarsi non poche volte (il regista di Io non ho paura conferma che con i bambini e gli adolescenti va a nozze), mentre la seconda - troppo diluita e frammentata - non regge il confronto.
Belle musiche di Mauro Pagani e volti (scelti sul luogo delle riprese, in Lituania), scolpiti in una piccola grande epica quasi leoniana.