È passato del tempo da quando Chris Farraday (Mark Wahlberg) ha chiuso tutti i ponti con la sua precedente attività di contrabbandiere, ma la tranquillità e l'onestà - che ha conquistato con fatica - sono nuovamente messe a dura prova a causa di alcuni problemi economici che hanno portato il cognato Andy a mettersi nei guai.
Così, per ripagare i debiti da lui contratti, Chris accetta il compito affidatogli da un boss della droga (Giovanni Ribisi) e, insieme all'amico Sebastian (Ben Foster), mette su un gruppo di uomini per una missione speciale che da New Orleans li porta fino a Panama.
Pur rientrando nel filone dei remake dei film europei rifatti per adattarli al palato statunitense, Contraband risulta più interessante della somma delle singole parti.
Il merito è di Mark Wahlberg, saggio produttore e ottimo interprete molto sottovalutato, che nutre un forte gusto per le ambientazioni operaie e sa circondarsi di attori capaci di sintonizzarsi sul suo registro minimale (Giovanni Ribisi, Ben Foster, l’ottimo Caleb Landry Jones).
A ciò si aggiunga un direttore della fotografia del valore di Barry Ackroyd che vanta al suo attivo The Hurt Locker e Green Zone.
Pur non essendo l’ambientazione portuale all’altezza di quella degna di Jules Dassin assaporata nel corso della 2ª Stagione di The Wire, Contraband riesce a farci dimenticare di essere un rifacimento di Reykjavík-Rotterdam di Óskar Jónasson e a inserirsi agevolmente nella poetica operaio/familista dominata e/o minacciata dal tradimento, caratteristica dell’attore e produttore così come questa si è andata sviluppando da Entourage a The Fighter.
Wahlberg riprende il ruolo che fu di Baltasar Kormákur nel film di Jónasson, e per tirare fuori dai guai il cognato decide di tornare a Panama e contrabbandare banconote false.
La pellicola si concede il lusso di carburare con lentezza, permette alla tensione di gonfiarsi, e poi dispiega un micidiale meccanismo da caper movie che evita accuratamente il rischio del virtuosismo fine a se stesso.
Si potrebbe obiettare che è tutto già visto, ma sono il gusto, lo sguardo, la solidità di un’idea di messinscena, limitata fin quanto si vuole, e la precisione dell’esecuzione a convincere e a fare la differenza.
I limiti strutturali e produttivi diventano così il perimetro e il segno esatto della sua riuscita filmica.
Inoltre Contraband resta ancorato saldamente al suo ambiente e alle facce (William Lucking, il Piney di Sons of Anarchy, è il padre del protagonista; David O’Hara incarna da par suo il ras del porto).
Con tutte le differenze del caso, pura serie B solida e saporosa come un discaccio di punk’n’roll di Jason & the Scorchers.
Una volta un film come Contraband era solo “cinema di genere”. Oggi, invece, con i suoi limiti, ci ricorda tutto ciò che il cinema americano non è più.