José è un calciatore messicano di livello internazionale sul punto di siglare un contratto milionario quando un evento drammatico lo spinge di colpo a interrompere la sua carriera.
Lo ritroviamo anni dopo a New York, dove lavora come cuoco nel ristorante del fratello.
Nello stesso luogo lavora come cameriera Nina, che però viene licenziata a causa dei suoi sempre più frequenti ritardi.
In realtà Nina ha un motivo molto semplice e importante che la disturba e motiva i suoi ritardi.
José però non resta a guardare e avvicina Nina, appena licenziata. Un contatto destinato a svelare storie dolorose, a suscitare confidenze profonde e a trasformare il loro futuro.
La vita di tre persone ribaltate come un guanto nell’arco di appena 24 ore. Quanto basta, infatti, per far scattare l’amicizia tra José e Nina, colleghi nello stesso ristorante: lui (il messicano Eduardo Verástegui) è un ex promettente giocatore di calcio che ha rinunciato alla propria passione dopo un tragico incidente.
Lei (Tammy Blanchard, vincitrice dell’Emmy Award), una giovane donna che ha appena scoperto di essere incinta e che non ha nessuna intenzione di lasciar libera la propria pancia di gonfiarsi.
Sarà proprio il rapporto tra i due, però, a dirottare il destino di Bella, la piccola che Nina darà comunque alla luce e che José farà crescere con lo stesso amore di un padre naturale.
Premiata con il People’s Choise Award al Festival di Toronto, la pellicola (una sorta di Juno in salsa sudamericana) è stata concepita dopo il forte avvicinamento al cattolicesimo da parte di Verástegui.
Il quale veste anche gli abiti di produttore attraverso la propria casa, la Metanoia (in greco, conversione), messa in piedi – insieme allo stesso regista, Alejandro G.
Monteverde - proprio con l’obiettivo di esaltare i valori cristiani e la cultura latina.
Ciò nonostante, latitano parole come Dio o aborto, che invece ci si aspetterebbe.
Sul modello di Lo spazio bianco, infatti, Bella vuole essere – soprattutto - un omaggio a ciò che di vivo c’è.