Una compagnia interplanetaria terrestre vuole sfruttare le risorse minerarie di Pandora, satellite di una lontana gigante gassosa popolato dagli umanoidi Na'vi.
Il film forse più costoso e certo il più tecnologico della Storia del Cinema per un inno al ritorno alla natura? Una pellicola dove fanno mostra di sé una moltitudine di armi e i predatori sono ideati come macchine assassine per un’opera fondamentalmente pacifista? «Mi contraddico? Certo che mi contraddico! Sono grande, contengo moltitudini.
» La penserà probabilmente in termini whitmaniani James Cameron di fronte alle incongruenze di Avatar.
In realtà si tratta di obiezioni che si limitano a guardare alla superficie di un film dalla narrazione certo ricca di archetipi, ma non per questo priva di complessità.
L’epica di Jake Sully (il cognome in inglese è il verbo macchiare, insudiciare), ex marine rimasto senza l’uso delle gambe e in cerca di una nuova vita su un nuovo mondo, la colonia mineraria di Pandora, non è quella della superiorità dell’uomo bianco che arriva, à la Lawrence d’Arabia o John Carter di Marte, a guidare i nativi di colore (blu in questo caso).
Gli indigeni Na’Vi poi non solo hanno una cultura ricca, ma non sono ingenui selvaggi, capiscono l’inglese e sono dotati di propri strumenti tecnologici, su base organica e sostenuti dall’ecosistema.
Jake è un poveraccio che ha fatto il marine irresponsabilmente per il gusto di mettersi alla prova e più volte viene definito ignorante dalle donne che incontra, prima Grace Augustine (di nuovo un nome significante, che la dice lunga sul rispetto che Cameron nutre per il personaggio e per la Weaver) e poi Neytiri.
Quest’ultima, pur se principessa indigena non è certo una dolce Pocahontas, bensì una feroce guerriera e cacciatrice.
Del resto neppure Jake agisce come John Smith, il motore delle sue azioni non è l’ambizione di chi vuole scoprire nuovi mondi: egli, molto più prosaicamente, rivorrebbe un paio di gambe e quando il colonnello Quaritch (ispirato da un romanzo di fine Ottocento di Henry Rider Haggard) gli offre una costosa operazione in cambio dei suoi servizi come spia, Jake non ci pensa due volte.
Perché al di là dello scontro di civiltà, delle fascinazioni sui corpi artificiali, del legame che unisce tutte le forme di vita, della creazione dei mondi virtuali e del superamento della visione monoculare del cinema, Avatar è prima di tutto un film sul piacere e sull’insostituibile valore delle esperienze più basilari: che si tratti della gioia di una corsa a piedi nudi o del gusto di un frutto esotico fino all’eterno sogno del volo sono queste a muovere le azioni di Jake.
E il piacere dell’esperienza visiva, incisa nell’incipit e nella chiusura su un paio di occhi che si aprono così come nella frase «io ti vedo» che si scambiano i due innamorati Jake e Neytiri, è dichiaratamente il motore del film.
Qui, nella capacità di immergere lo sguardo in un altro mondo, enormemente amplificata dall’effetto finestra della tridimensionalità, Cameron ha vinto la sua ennesima e rischiosa scommessa.
La giungla di Pandora è semplicemente bellissima, ricca di flora e fauna aliene eppure familiari e incantata dalla magia della bioluminescenza che illumina, letteralmente, il contatto tra tutte le creature.
L’intera Pandora del resto è meravigliosa, dalle montagne Hallelujah sospese nell’aria, alle banshee, cavalcature dotate di quattro ali, ai woodsprite, simili a meduse e misteriosi spiriti della foresta come i kodama della Principessa Mononoke, fino ai giacimenti di un minerale denominato Unobtanium (gioco di parole esplicito e risalente già agli anni 50 per indicare materiali fantastici fondendo unobtainable, ossia “non ottenibile” e il suffisso –ium comune in chimica a molti elementi).
Come dice la pilota Trudy Chacon: «Dovreste vedere le vostre facce!». Se la bellezza stupisce e conquista non può che atterrire la devastazione delle armi da guerra impiegate dal col.
Quaritch, che arriva a portare una pioggia di napalm su uno stormo di velivoli denominati Valkyrie, perché l’apocalisse, da qualche parte del mondo o dell’universo, è sempre adesso.
Se Cameron simpatizza per le posizioni diplomatiche e pacifiste della dottoressa Grace, è del suo ex marine che fa un eroe in virtù del coraggio e delle capacità atletiche e guerriere, così come Neytiri è un’eroina dalla infallibile mira con l’arco e Quaritch è un villain che impressiona per la tenacia con cui si tuffa nello scontro, un Achab che ha in Pandora la sua balena bianca.
L’arte della guerra non è affatto rifiutata e non c’è alcuna contraddizione nel fatto che le sequenze di distruzione siano altrettanto (se non più) spettacolari di quelle di esplorazione.
Quel che si condanna è l’imperialismo spregiudicato delle grandi corporazioni e l’impiego di forze armate mercenarie e senza controllo, che richiamano direttamente la Blackwater e le compagnie affini, ultimo aggiornamento di una serie di soprusi che accompagna tutta la Storia dell’uomo.
Un tema eterno che Cameron sviluppa in un’epica spettacolare ma anche brutale, lontana dalla Hollywood giocattolosa di Transformers e G.
I.-Joe, a partire dalla dottoressa Grace che chiede una goddamn cigarette fino ai molti caduti dello scontro finale.
La battaglia nel cuore della natura sta tra i bombardamenti di Apocalypse Now e le cariche del Signore degli Anelli mentre la costruzione di mondi meravigliosi annichilisce i prequel di Guerre stellari.
Avatar sposta le frontiere del cinema, trasmigrando lo sguardo dalle due dimensioni all’immersione della stereoscopia.