Quei Due piccoli italiani

redazione

Quei Due piccoli italiani
di Cinematografo

“E’ una nostra paura quella di perdere la ragione come Orlando che va a cercarla sulla luna”. Parola dell’attore Paolo Sassanelli, noto soprattutto per il suo ruolo di Oscar Nobili in Un medico in famiglia, che per la prima volta esordisce dietro la macchina da presa e dirige Due piccoli italiani, un rocambolesco viaggio di due amici un po’ folli dalla Puglia all’Olanda fino all’Islanda.

Protagonisti di questa commedia on the road, che uscirà nelle sale giovedì 14 giugno distribuita da Key Films, sono due uomini, interpretati dallo stesso Sassanelli e da Francesco Colella, che decideranno di affacciarsi al mondo esterno e di uscire dalla struttura psichiatrica in cui sono rinchiusi.

“Da sempre sono interessato a quest’argomento. Lo spunto è nato a teatro quasi trent’anni fa. Inoltre quando ero piccolo avevo un amico che soffriva della sindrome di Tourette. A un certo punto sparì perché fu ricoverato in una clinica visto che era schizofrenico”, racconta Sassanelli, che ha trascorso diverso tempo in una clinica psichiatrica a Bari osservando i vari pazienti in cura prima di dirigere questo film: “Sono stato una settimana in Puglia in un centro di assistenza per malati mentali e ho scoperto che anche gli odori possono generare allucinazioni. Ho parlato con vari psichiatri. C’era un signore che sosteneva di avere scritto Il padrino e di aver combattuto nel corso della seconda guerra mondiale. Era adorabile. Molti di loro sono anche venuti sul set e mi sono davvero commosso”.

Il film è stato girato in quattro settimane e in tre paesi europei (nello specifico a Rotterdam e ad Amsterdam in Olanda e a Reykjavik in Islanda) ed è recitato in quattro lingue diverse (italiano, inglese, tedesco e olandese).

“Tante volte ho pensato di abbandonare questo progetto che era per me un’ossessione. Poi con l’aiuto di Euroimages è diventato possibile”, racconta il regista. Accanto ai due protagonisti ci saranno anche l’olandese Anke (Rian Gerritsen) la cantante Nathalie (Dagmar Lassander) e la prostituta che fa questo lavoro per scelta Eva, interpretata da Marit Nissen, che nella vita è la moglie di Sassanelli.

“Mi merito un premio perché non le ho fatto fare la protagonista. Durante i provini ho scoperto attori ed attrici straordinari, ma sconosciuti che lavorano pochissimo”, prosegue Sassanelli che poi specifica: “Ci abbiamo messo tanti anni a fare questo film e ho scritto diverse volte la sceneggiatura insieme a Chiara Balestrazzi e Francesco Apice. Non volevo fare né una commedia né un dramma, ma una favola poetica contemporanea di due piccole creature che partono da una situazione che ormai sembra segnata e la modificano”.

Sassanelli (nato a Bari e cresciuto a Milano nella periferia dei primi anni sessanta: “Io e mio fratello andavamo a scuola e ci dicevano terroni lavatevi, poi quelle stesse persone sono diventate miei amici”) porta in sala un film che è in qualche modo un po’ l’elogio della follia. Non a caso esce a quarant’anni di distanza dalla legge Basaglia e dalle sue intuizioni illuminanti che volevano ridare dignità ai malati con percorsi di reinserimento nella società.

“Basaglia era un visionario, un artista, si è immaginato un mondo diverso e lo ha realizzato. Quello che manca ora a questo paese sono proprio i visionari che immaginano il futuro”, commenta Sassanelli che ha già in mente il suo prossimo film che sarà su suo padre: “Come mestiere faceva il truffatore, vendeva finti vasi etruschi e ci ha campato un’intera famiglia. Era di Bari e aveva l’amante a Milano”.