La guerra di Rose: "Da Weinstein ai parrucchieri gay, abusata come una bambola". La sua manager si uccide

L'attrice McGowan procede con le sue denunce mediatiche. Alla versione "femminista" dei Golden Globe nessuno la invita. Nel mentre c'è la prima vittima "collaterale". Una deriva preoccupante

Rose McGowan con Weinstein di cui poi ha denunciato lo stupro. A destra la sua manager Jill Messick, che si è tolta la vita
Rose McGowan con Weinstein di cui poi ha denunciato lo stupro. A destra la sua manager Jill Messick, che si è tolta la vita
di Cristiano Sanna   -   Facebook: Cr.S. su Fb   Twitter: @Crikkosan

E' stata una delle prime a denunciare, inascoltata e poi di fatto esiliata dal mondo del cinema, gli abusi sessuali di Harvey Weinstein. Accadeva quasi vent'anni fa, molto prima della pioggia di testimonianze e ulteriori denunce che ha fatto scoppiare uno dei più gravi scandali sessuali internazionali legati allo showbusiness. Ora che #metoo è un movimento di reazione e presa di coscienza femminile che si diffonde in tutto il mondo, Rose McGowan continua ad essere un'anomalia. Le sue parole, che Weinstein ha già sconfessato dicendo che sta preparando una difesa dettagliata che a suo dire chiarirà quanto amichevoli e consenzienti fossero i suoi rapporti con l'attrice, hanno grande risonanza. Moltiplicata dall'uscita del libro autobiografico Brave (significa "coraggiosa", ndr). E dalle polemiche che provoca ogni sua apparizione, o sparizione.

Evitata dalle altre durante i Golden Globe

Non solo Rose McGowan (già stella tv della serie Streghe, poi sul set con Tarantino e Rodriguez prodotti da Weinstein) ma anche Asia Argento, Rosanna Arquette, Mira Sorvino, Annabella Sciorra e Daryl Hanna, altre attrici che si erano unite nel denunciare molestie e violenze subite da Weinstein, sono state del tutto ignorate dalla recente cerimonia di consegna dei Golden Globe. Quella in cui molte altre (pure le sedicenti abusate) sfilavano tra microfoni, premi e flash, in rigoroso abito nero per dimostrare la loro aderenza al movimento di difesa della dignità femminile. Asia Argento, inferocita, si era autodefinita persona non grata, all'indomani della grande festa mediatica che vibrava di indignazione contro i ricatti sessuali di produttori e registi. E ne escludeva alcune vittime. Ma Rose non si ferma, continua nella sua crociata contro Weinstein. Che in attesa dei riscontri guidiziari (lo stato di New York ha chiesto ai fratelli Weinstein un cospicuo risarcimento per i comporti moralmente inaccettabili della ex società di produzione cinematografica più ambita di tutti gli anni Novanta e primi Duemila) fa i primi danni collaterali. Non da poco: si tratta di un suicidio.

La morte di Jill Messick e le proteste dei familiari

La scorsa settimana la produttrice americana Jill Messick si è uccisa, travolta dalle accuse della McGowan e dalla pioggia di commenti feroci, via stampa e ancora di più via social, che piovevano su di lei. La Messick, 50 anni, artefice di successi come Mean Girls e Frida (sul set del quale Salma Hayek ha raccontato di aver subito pesanti avanche da Weinstein, costretta poi a scene di nudo per compiacerlo) era stata accusata da Rose McGowan nel docufilm Citizen Rose di non averla aiutata nell'opporsi alle molestie del produttore. Già segnata dalla depressione e da un disturbo bipolare, la Messick non ha retto al discredito e alla pressione mediatica, e si è uccisa. A parlare per lei è poi stata la sua famiglia, che ha spiegato cosa accadde fra Messick, Rose McGowan e Weinstein: "Nel gennaio 1997, Jill lavorava per Addis Wechsler ed ebbe tra le prime clienti Rose McGowan, per la quale organizzò una colazione con Harvey Weinstein durante il Sundance Film Festival. Dopo questo incontro, Rose disse a Jill che si era spogliata ed era entrata nella vasca con lui, errore di cui si pentì anche se non disse che era stata violentata. Jill ammise che Harvey aveva fatto qualcosa di disdicevole se non illegale a Rose e ne parlò con i suoi superiori all'agenzia, i quali risposero che avrebbero gestito la situazione. Il sucessivo accordo economico tra Rose e Harvey venne fatto senza che Jill ne fosse a conoscenza. Ciò che sapeva era che la questione era stata risolta e che Rose continuava a fare film con i Weinstein". Vent'anni dopo quella questione è tornata a galla, spingendo la Messick a uccidersi. Nella lettera i familiari denunciano: "Esiste una responsabilità quando si utilizza una piattaforma per denunciare criminali, predatori, non verità e fatti ignobili. Le parole sono importanti e la vita di qualcuno dipende da queste".

Ce n'è per tutti, anche per i gay

Ma Rose McGowan non si ferma, e alla vigilia dell'uscita italiana del suo libro scrive: "I miei parrucchieri erano uomini gay che mi vedevano come una Barbie in carne e ossa. A me sembrava più che altro di assomigliare a una bambola gonfiabile: la macchina di Hollywood mi aveva trasformata nel sex toy definitivo". E' una storia di rabbia, quella della McGowan e di molte altre donne sfinite dalle pressioni sessuali sul posto di lavoro. Una storia che si sta trasformando in un tribunale mediatico che condanna per direttissima i presunti colpevoli. Probabilmente produrrà una riflessione e, si spera, l'inizio di rapporti più equi tra sessi ora opposti. Ma la deriva che sta prendendo somiglia sempre più alla vendetta sommaria, e sempre meno alla giustizia.