Kubrick il genio del cinema venduto a pezzi: "Il cappotto indossato da Cruise? Lo uso in campagna"

Sequenze scartate al montaggio, bozze autografe, costumi di scena e arredi di film unici. Trattati come cimeli di cui sbarzzarsi all'asta. E' davvero la cosa più giusta da fare?

Da sinistra: Emilio D'Alessandro, Stanley Kubrick, Tom Cruise con il cappotto poi usato in campagna e messo all'asta, Nicholson in 'Shining'
Da sinistra: Emilio D'Alessandro, Stanley Kubrick, Tom Cruise con il cappotto poi usato in campagna e messo all'asta, Nicholson in "Shining"
di Cristiano Sanna   -   Facebook: Cr.S. su Fb   Twitter: @Crikkosan

Tristezza. Sì, va scritto. Tristezza e malinconia, sapere che le prove tangibili del lavoro di Stanley Kubrick finiscano all'incanto. Che vengano messe all'asta come se si trattasse di memorabilia qualsiasi. Non è così, perché in quei costumi, in quegli arredi, nelle bozze autografe ci sono i segni della mente di un genio assoluto. Tanto più preziosi se si pensa che quel genio era riservatissimo, autorecluso a pensare al proprio lavoro e alla famiglia, e avvicinabile da pochi fidatissimi. Perciò leggere che Bolaffi metterà all'asta 55 oggetti provenienti dai set dei film di Kubrick lascia interdetti. Padronissimi di farlo, certo, tanto più se quegli oggetti sono stati resi disponibili da Emilio D'Alessandro. Il fedele factotum di Kubrick, il piccolo italiano che dal primo impiego in un calzaturificio in Gran Bretagna, poi promessa dell'automobilismo su consiglio di Chapman, fondatore della Lotus, che lo vide presto come rivale in pista di piloti come Hunt e Fittipaldi, poi divenne spalla prediletta di Stanley. Ma come reagire di fronte a frasi come: "Il cappotto indossato da Tom Cruise in Eyes Wide Shut (testamento artistico del regista, ndr) l'ho fatto accorciare per usarlo nei miei lavori in campagna?". 

Non tutti i cimeli sono uguali

D'Alessandro ha motivato la scelta di permettere la messa all'asta dei cimeli kubrickiani con queste parole: "Non avete idea di quanti oggetti Stanley riuscisse ad accumulare. Ma poi non vedeva l’ora che sparissero e chiedeva alla troupe: servono a qualcuno?". Con il pragmatismo che gli è sempre stato proprio, e che diventò insostituibile per l'incontentabile Stanley Kubrick, Emilio ha raccontato di aver usato il cappello da istruttore dei Marines del sergente Hartman in Full Metal Jacket per ripararsi dalla pioggia, e di aver preso più volte il té con la moglie sopra uno dei tappeti che componevano la scenografia dell'Overlook Hotel di Shining, quello in cui si muoveva uno spiritato Jack Nicholson nell'ennesimo capolavoro di Kubrick. Ci sarebbero, tra i pezzi in vendita al miglior offerente, anche spezzoni di pellicola scartati dal montaggio definitivo dei film. Dunque: appuntamento dal 13 al 21 marzo per la mostra dei cimeli al Museo interattivo del cinema di Milano). Poi il 27 ogni cosa sarà venduta, pezzo per pezzo. Per Bolaffi si tratta di una straordinaria occasione commerciale. Come non crederci? Però non tutti i cimeli sono uguali. Se si parla di Stanley Kubrick, allora questi cimeli sono unici, e meriterebbero forse una diversa gestione.

Nel quartier generale del genio scorbutico

Sono stati diversi i documentari su Stanley Kubrick a mostrare in che modo meticoloso, maniacale, il regista che lasciò l'America per la Gran Bretagna, accumulava e catalogava materiali su cui sviluppava i suoi film. Di quell'intenso lavoro esiste un archivio imponente in mano alla famiglia. Poi ci sono altri "pezzi" dati ai collaboratori. Kubrick ordinava che a film finito il set venisse smantellato in 24 ore. Ma in ogni oggetto, perfino in ogni versione di quell'oggetto (come i diversi colori di portachiave delle stanze dell'Overlook Hotel, prodotti per Shining) c'è il percorso progettuale e creativo di un genio unico nella storia del cinema. Non si tratta del pettine con cui si aggiustava il ciuffo impomatato Elvis o del frammento di ceramica con il livello dell'acqua della vasca di una qualsiasi stella di Hollywood. Qui siamo nella mente di un maestro che ha cambiato il cinema. Venduta a pezzi e ceduta ai feticisti del collezionismo. A quando una permuta fra la "Durango 95 che e filava proprio carasciò" con a bordo i Drughi di Arancia Meccanica e una qualsiasi citycar usata da quattromila euro presso la concessionaria più vicina?