Un pugno nello stomaco intitolato "Sole cuore amore": "Italiani perché accettate tutto questo?"

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di Cinzia Marongiu   -   Facebook: Cinzia su Fb

Un film necessario. Nel senso che era necessario farlo ed è altamente consigliabile, o meglio necessario, andarlo a vedere. Non fatevi ingannare dal titolo, “Sole Cuore amore”, proprio come la canzone-tormentone del 2001 di Valeria Rossi, è un film che racconta come pochi altri l’Italia di oggi. E quindi duro, drammatico. Un vero pugno sullo stomaco. Proprio come nelle intenzioni di Daniele Vicario, regista di talento già giustamente celebrato per “Diaz – Don’t Clean Up This Blood”, che non rinuncia alla provocazione: “Io mi chiedo semplicemente come è possibile che gli italiani accettino tutto questo. Come è possibile che non si ribellino. Come è possibile che non siano più nemmeno consapevoli di quelli che sono i loro diritti”. I diritti di cui parla Vicario sono quelli dei lavoratori, “di noi tutti visto che ci sarà un motivo per il quale siamo tutti incazzati. Il motivo è che facciamo una vita che non ci piace, ma non perché siamo tutti viziati. Magari qualche viziato c’è pure. Ma la maggior parte di noi sono persone oneste che cercano di fare al meglio il proprio lavoro”.

"Voi giornalisti perché non vi ribellate?"

E poi rivolto ala platea di giornalisti: “Ma se tu sei un giornalista precario e ti fai un mazzo a scrivere per tanti giornali diversi e per riuscire a racimolare a fine mese 900 euro, che ti succede se qualcuno ti taglia le collaborazioni o non ti paga quando dovrebbe? Che succede se magari hai anche una famiglia, dei figli, una serie di responsabilità? A quel punto finisce tutto nel dramma. Trovo sorprendente ed è il motivo per cui ho fatto questo film che gli italiani non si ribellino a questo stato di cose. E me lo sono chiesto. E ho cercato di dare una risposta sentimentale attraverso questo film che è ispirato alle persone che io amo di più, a mia madre, a mia sorella, alle mie amiche. Soprattutto alle donne. Perché noi maschietti è arrivato il momento anche storico nel quale dobbiamo affermare che se la nostra società sta ancora in piedi è grazie alle donne che si caricano sulle spalle la maggior parte della fatica sociale. Ma perché non ci ribelliamo? Perché abbiamo la necessità di portare a casa lo stipendio, di sopravvivere, di andare avanti in qualche modo, proprio come accade alla mia Eli”.

Eli è il nome della protagonista del film interpretata magistralmente da Isabella Ragonese. La sua vita si svolge in un tran-tran da incubo a partire da quella sveglia che suona alle 4 e 30 del mattino in punto per trovarla sempre più stanca e affaticata. Neanche il tempo per guardarsi allo specchio ed eccola già alla fermata del bus in una città ancora deserta e buia. Poi c’è la metro, la voce che annuncia le fermate e che a volte la coglie addormentata con il capo reclinato. A quel punto inizia la giornata da barista sempre sorridente malgrado le vessazioni continue del datore di lavoro, che da lei e dalla collega extracomunitaria pretende puntualità assoluta, paga in nero e nessun giorno di riposo: sette su sette. Senza eccezioni, nemmeno se stai male, nemmeno se sta male uno dei tuoi quattro bambini. Poi c’è il ritorno a casa dai bimbi già quasi addormentati e dal marito disoccupato che non riesce più a trovare lavoro. Una vita a denti stretti, strettissimi, che a un certo punto presenta un conto troppo salato.

 

Tra neo-realismo e post-modernità

“Eli è un personaggio neo-realista così come la sua amica vale è post-moderna. Vale è una performer”, spiega ancora Vicario, “una di quelle persone che vuole esprimersi ma che per farlo è costretta a un’esistenza precaria dove nemmeno la possibilità di una famiglia è contemplata”. E la cosa più sorprendente, più struggente, quella che davvero ti lascia un nodo in gola è che in queste esistenze da tragedia quotidiana, talmente diffuse e invisibili perfino agli occhi del cinema “dove vanno di moda le commedie o le sparatorie, le tossicodipendenze e le violenze spettacolari”, non c’è ombra di rabbia o di amarezza. “Se ad Eli chiedessero se è felice, credo che risponderebbe di sì”, è l’annotazione di Isabella ragonese. Nel cast, anche Francesco Montanari, Eva Grieco, Francesco Acquaroli, tutti bravissimi. E poi le musiche. Il jazz di Stefano Di Battista, la tromba di Enrico Rava e quella di Fabrizio Bosso, il sax che stride, che urla, che accarezza questa Roma inumana, questa Italia inumana.