Richard Gere seduce così: "Sono fragile, siate buoni". E prenota il primo Oscar: "Perché no?"

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di Cinzia Marongiu   -   Facebook: Cinzia su Fb

“Sono stordito dal jet leg, sono fragile, siate gentili”. Lo dice con voce suadente e carezzevole e in un attimo seduce la platea dei giornalisti, sempre che ce ne fosse bisogno dopo l’anteprima del suo ultimo film “L’incredibile vita di Norman”, nel quale fornisce un’interpretazione superlativa. Ed a chi gli chiede se pensa che questa sarà la volta buona che l’Academy si accorgerà di lui, da sempre trascurato alla serata degli Oscar per le sue posizioni politiche pro Tibet e, nel caso, che effetto gli possa fare: “Perché no? Se può servire ad aiutarmi a fare più film indipendenti come questo”.

Camicia, maniche rimboccate, jeans e fascino a quintali. Richard Gere è a Roma per parlare di un film che dall’inizio alla fine ti tiene con lo stomaco aggrovigliato e il magone in gola perché il suo Norman è uno di quei personaggi che trasuda verità e ispira di volta in volta tenerezza, compassione, fastidio. Ma che certo non lascia indifferenti. Il film diretto dall'israeliano Joseph Cedar, già due volte candidato all'Oscar del miglior film straniero, nel 2008 con “Beaufort” e nel 2012 con “Footnote”, sarà in sala dal 28 settembre in 150 copie con Lucky Red. È un thriller politico che racconta la moderata ascesa e la tragica caduta di un faccendiere newyorchese Norman Oppenheimer, un uomo che “nemmeno lui sa bene chi sia”, dice Richard Gere. Si muove con il suo cappotto beige e la sua aria disordinata in una cinica New York alla disperata ricerca di attenzioni e di amicizie che possano cambiargli la vita. “Di cosa ha bisogno? Che cosa le serve?”: sono le domande ossessive che rivolge ai potenti uomini d’affari che cerca di avvicinare come uno stalker, fermandoli al parco, infiltrandosi nelle loro ricche dimore e millantando amicizie che non ha.

 

Tiscali.it ha rivolto a Richard Gere tre domande (“Mi hai chiesto un romanzo”, ha scherzato lui). Ecco cosa ha  risposto: “In realtà credo che tutti quanti noi conosciamo un Norman. C’è in ogni cultura, in ogni ambiente. C’è nell’ambiente del giornalismo, dell’intrattenimento, della politica, dell’economia. A prescindere da quale sia l’ambiente, c’è sempre un nucleo centrale di persone che contano, che comandano, che sono “quelli fighi”. E poi ci sono quelli ai margini, che in qualche maniera cercano di entrare, di trovare una porta che non sia chiusa a chiave. Questo prescinde dal tipo di cultura e di Paese. Da questo punto di vista possiamo definire Norman un personaggio davvero universale. La cosa però che lo contraddistingue, la cosa unica è che lui è davvero una persona di buon cuore. È un imbroglione totale, dice solo bugie, mente continuamente sulla figlia, sulla moglie. Non sappiamo nemmeno dove viva; probabilmente nello scantinato della sinagoga. Però di fondo ha il cuore buono. Persino alla fine quando il rabbino furioso gli grida “Perché lo hai fatto?” lui non riesce neanche a rispondere. È la qualità esistenziale che lo salva. Il fatto è che lui ci crede, vorrebbe veramente dare quello che promette. In quanto al gruppo di persone privilegiate che hanno il potere e i soldi, l’ho scoperto da vicino quando ho interpretato “Arbitrage” (in italiano “La frode”). E ho capito che quello che gli esseri umani,  siano essi ricchi o poveri, vogliono le stesse cose. Per i super ricconi non sono i soldi che contano, se non come metro per tenere il punteggio di chi vince. Contano i soldi per ciò che significano, non per il valore in quanto tale”.