Alessandro Gassmann: "Quello schiaffo di mio padre che mi ha cambiato la vita"

Alessandro Gassmann: 'Quello schiaffo di mio padre che mi ha cambiato la vita'
di C. Mar.   -   Facebook: Cinzia su Fb

Essere figlio di un grande attore molto famoso non è mai facile perché per tutta la vita rischi di trovarti a che fare con quell’ingombrante aletr-ego. Se poi scegli anche di fare lo stesso mestiere i paragoni diventano inevitabili e a volte spiegtati. E se, infine, quel padre famoso si chiama Vittorio Gassmann rischi di rimanere schiacciato da una bravura che ha del miracoloso. Così invece non è stato per Alessandro Gassmann che da tempo è riuscito a delineare una strada tutta sua, fatta di cinema, teatro e televisione, perseguiti con la stessa passione e con lo stesso successo. Ed è così che parlare del padre non solo non gli crea imbarazzo, ma anzi è un qualcosa che rivendica con assoluto orgoglio. Lo ha fatto ripercorrendo la sua carriera di attore e regista in una masterclass straordinariamente affollata che si è tenuta al Bif&st, che tra la’ltro quest’anno rende omaggio al padre.

Gassmann ha riavvolto il nastro della sua carriera, inizialmente legata al padre che lo fece debuttare da bambino, riprendendolo dall’età di sette anni e fino ai diciassette per “Di padre in figlio”, presentato a Venezia nel 1982. “Quel film porta anche la mia firma, anche se io non girai assolutamente nulla, penso che papà lo accreditò anche a me per farmi prendere i soldi dalla SIAE. Io feci il film controvoglia, alla fine papà dovette anche accelerare le riprese facendomi truccare da venticinquenne. Poi ci fu un episodio particolarmente spiacevole: papà volle ricostruire quella volta che, quando avevo undici o dodici anni, durante una lezione di inglese mi dette il primo e unico ceffone della sua vita. Ebbene, sul set me lo diede di nuovo, con la stessa forza, tanto che io piansi allo stesso modo. Ma in quel caso era come se stesse adottando una terapia d’urto, mi stava dicendo a modo suo: “benvenuto nel mondo del cinema”.

Volevo diventare ingegnere agrario

Il cinema, comunque, non sembrava far parte degli orizzonti di Alessandro che per sé progettava un futuro da ingegnere agrario. “Quando papà seppe delle mie intenzioni di iscrivermi all’Università, mi volle subito con sé a teatro. Aveva paura che non concludessi nulla. Qualche settimana dopo debuttammo a Pistoia con “Affabulazione” da Pasolini: io dovevo recitare nudo e con i capelli tinti di biondo, sembravo un incrocio tra il ballerino Truciolo e David Bowie! Per fortuna al secondo atto, al centro della scena c’era lui e il pubblico nemmeno si accorgeva più della mia presenza sul palco”. Ciò che si ripeté qualche anno dopo, quando sempre accanto al padre recitò in “Moby Dick”, messo in scena al Porto di Bari. “Il palco era la prua di una nave alla quale avevano tolto un parapetto per esigenze di scena. Ad un certo punto, io pensavo di appoggiarmi sul parapetto e quindi caddi rovinosamente, facendo un gran rumore. Ma lui stava recitando il monologo di Achab, e dunque non se ne accorse nessuno!”.

 L’imbarazzo segnò anche il debutto al cinema da protagonista di Alessandro Gassmann. “Fui chiamato da Luciano Odorisio per "La monaca di Monza" nel quale recitavo accanto all’attrice Myriam Roussel che all’epoca era incinta al quarto mese. Per questo fui utilizzato praticamente come ‘tappapanza’. Nelle scene d’amore si vedeva solo il mio sedere!”.

Quando nessuno voleva interpretare un omosessuale

“Ci ho messo del tempo, tuttavia, prima di capire che mi piaceva fare l’attore. Accadde quando Pino Quartullo mise in scena prima a teatro e poi al cinema la commedia "Quando eravamo repressi". Lì mi resi conto che riuscivo a far ridere, sdrammatizzando così la mia fisicità. Sapere di fare ridere mi ha fatto venire la voglia di migliorare come attore drammatico". L’emancipazione dal suo ingombrante cognome è avvenuta, sostiene l’attore, con “Il bagno turco”, l’opera prima di Ferzan Ozpetek. “Un film che nessuno voleva fare, il regista era sconosciuto, Marco Risi che lo produceva dovette impegnarsi casa sua, gli attori rifiutavano uno dopo l’altro di interpretare un omosessuale. Lo feci io e fu un grande successo che mi portò anche diversi premi”.

Quello che mi ha insegnato mio padre

Tornando al padre, Alessandro lo ricorda come “un uomo molto rigido, severo ma anche estremamente dolce e affettuoso. Era un uomo del 1922, di origine ebraica, aveva perso il padre a quattordici anni e vissuto gli stenti del fascismo e della guerra. Riconosceva il valore di avere iniziato da zero e di non avere mai tentato scorciatoie. Pensava che fosse giusto fare sempre le scelte più faticose e questo è stato per me un grande insegnamento che applico quotidianamente nella mia vita.”

Alessandro Gassmann che dopo il grande successo televisivo de “I bastardi di Pizzofalcone”, ha annuncoiato che ci sarà una seconda serie, ha anche parlato del suo secondo film da regista, “Il premio”, dove come protagonista ha voluto Gigi Proietti. In conclusione, un desiderio: “Nel mio futuro cercherò di non fare più brutti film, come qualche volta mi è capitato. Ma soprattutto cercherò di evitare che un giorno qualcuno possa dire: ‘C’era una volta il grande Vittorio Gassmann. Poi, purtroppo, c’era anche un figlio…”.