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Il Teatro degli Orrori e "Il mondo nuovo" di lotta migrante

di Cristiano Sanna
Batterie come cannonate, bassi sferraglianti, chitarre acustiche che lasciano quei pochi secondi di fiato prima che siano i volumi grossi delle elettriche a riprendersi la scena e a dettare le regole del gioco. Al centro di questa tempesta sonora, i testi ricchi, impegnativi, taglienti di Pierpaolo Capovilla. E' il marchio di fabbrica de Il Teatro degli Orrori, quello che torna a contrassegnare il nuovo album Il mondo nuovo, appena uscito, prodotto da La Tempesta Dischi e distribuito da Universal. Ne abbiamo parlato con il cantante e autore dei testi.
Pierpaolo, nella nota stampa di presentazione dell'album citate De André e De Gregori come numi tutelari, al punto che Il mondo nuovo si sarebbe dovuto intitolare Storia di un immigrato, con rimando al celebre disco di Faber. Dunque i vecchi cantautori continuano a fare scuola su come raccontare la realtà in musica.
"Il punto è proprio questo, è anche il nostro punto fermo. Cioè riuscire a coniugare il rock hardcore dei nostri esordi, penso a Nomeansno, Fugazi e Dead Kennedys, con il lavoro attento sulla parola di cui sono maestri autori come De André e De Gregori. La tradizione cantautoriale di casa nostra ci ha insegnato proprio questo, raccontare la società con le sue prevaricazioni e ingiustizie. E usare la musica per far sognare, immaginare, una diversa equità sociale. Io ci credo".
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Il mondo nuovo è un titolo importante. Si riferisce ai sogni dei migranti in fuga dal dolore, dalla guerra, dalla morte. Ma la visione si ferma lì o presuppone una volontà di dare una nuova chance anche al nostro mondo, con i suoi sogni spesso usurati?
"Chi si sposta dalla propria terra di origine ha già perso moltissimo, immagina di poter ricominciare in una terra che gli offra qualche opportunità. Questa può anche essere utopia, che ha un suo valore fondamentale, e che si scontra con le storie controverse di uomini e donne in movimento. Le loro speranze saranno esaudite? Troveranno nuova disperazione? Lo si capirà soltanto mettendosi in movimento, anche a costo di impattare contro le caste di potere, di soffrire ancora. Il titolo è, anche, un rimando al libro omonimo di Aldous Huxley che io considero un'iperbole della nostra società".
Testi densi, complessi, che sfidano l'ascoltatore, con le citazioni di Brodskij, Esenin, Celine. Non temete di spaventare una parte degli ascoltatori, soprattutto i più giovani?
"Nessuna paura. Uno dei nostri testi più amati dai giovani, anche giovanissimi, è Majakovskij, contenuto in A sangue freddo. Moltissime persone lo trovano il loro brano preferito in assoluto tra i nostri. Poi, la dico tutta, io ho l'ambizione di riuscire a indurre i più giovani ad interessarsi ai grandi lirici del Novecento, se ci riuscirò vorrà dire una volta di più che non solo il rock non è morto ma che serve eccome. Serve ad esempio a proteggere la cultura, mai maltrattata come negli ultimi vent'anni di edonismo berlusconiano in questo Paese. Io alzo la voce, non ho niente da perdere".
La Universal cura la distribuzione dell'album. Significa che la major offre facilitazioni produttive al vostro percorso di musicisti indipendenti?
"Questa domanda è perfetta per spiegare come facciamo i nostri dischi. Noi abbiamo un contratto editoriale con Universal che ci dà un anticipo sulle edizioni e su parte della tiratura dell'album. Quello che prendiamo lo investiamo per fare i nostri album, curandone tutte le fasi di realizzazione. Il resto viene dai concerti. Questo significa che dal punto di vista discografico abbiamo totale libertà di fare ciò che vogliamo, condizione per noi irrinunciabile. Ma è altrettanto fondamentale il ruolo di coordinazione creativa che svolge La Tempesta".
Lei è dichiaratamente socialista. Vedremo mai un mondo più equo costruito su quella filosofia sociale e politica?
"E' la mia utopia, nutre il mio modo di vivere, di interagire con gli altri. L'utopia è irraggiungibile per definizione, ma a me interessa il percorso che guida la mia vita. Amo lottare, battermi per le cose che amo. La lotta rende la vita degna di essere vissuta, ci rende anche più compassionevoli nei confronti degli altri, tiene viva la passione e rende l'esistenza pure più divertente".
Come incoraggiare i tanti musicisti che lavorano duramente per il loro progetto musicale originale in tempi di discografia allo sfascio e di cultura da rottamare per come è gestita politicamente nel nostro Paese?
"Come sempre parlo di me sperando di offrire qualche spunto interessante per chi mi ascolta o legge ciò che dico. Io ho cominciato a fare sul seio con la musica a trent'anni. Ho avuto un'adolescenza travagliata, ho fatto un sacco di fesserie, poi mi sono trovato un lavoro stabile, a tempo determinato. Ma i miei sogni continuavano a bussare, mi aspettavano. Non potevo condannarmi all'infelicità, così ho impostato da capo la mia vita. Ho scelto il precariato, ho messo al centro di tutto la musica, il palco, i concerti. Ho fatto una gavetta durissima con i miei compagni e non me ne pento affatto. E' tutto qui. A quelli più giovani di me dico soltanto di non lasciarsi cullare dalla pigrizia indotta dalla paura. Di muoversi, battersi, agire per realizzare i propri sogni".
 
 
31 gennaio 2012
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