Artigiano del suono. Si definisce così
Manuele Fusaroli, musicista e produttore. Tra i più di 50 dischi di cui si è occupato finora stando dietro il mixer (e qualche volta come musicista aggiunto) vanno perlomeno ricordati quelli di Tre Allegri Ragazzi Morti, One Dimensional Man, Zen Circus, Bugo. Senza dimenticare l'avventura condivisa con i Rossofuoco di Giorgio Canali e la realizzazione del dvd live di Elliott Murphy. Siamo in zona "indie", insomma, in quel fertile sottobosco di artisti che agitano radio alternative, piccoli e grandi club, che sottolineano la loro autonomia espressiva rispetto al solito pop da grande network commerciale, con un occhio a Sanremo e un orecchio ai talent show. Quella con Fusaroli è la penultima puntata dei nostri incontri con chi interagisce con i musicisti per ottimizzare i loro progetti, portandoli dai primi demo fino ai dischi (di qualsiasi formato) e ai concerti. Delle precedenti sono stati protagonisti
Carlo U. Rossi,
Gianni Maroccolo,
Fabrizio Barbacci,
Giorgio Canali,
Paolo Benvegnù. Chiuderemo questa rassegna con Fabrizio Simoncioni.
Manuele, cominciamo a spiegare il suo pseudonimo artistico di Max Stirner?
"Lo uso nei progetti in cui figuro come musicista ma anche in quelle produzioni dove riverso la parte più emotiva, più sentita di me. L'ho preso in prestito dal filosofo tedesco dell'Ottocento (non a caso considerato tra i padri dell'anarco-individualismo, ndr) perché è stato un pensatore che durante il corso di laurea in Sociologia delle comunicazioni di massa ha davvero cambiato il mio sguardo sulle cose della vita".
Parliamo del suo lavoro come produttore, in particolare dell'approccio con i giovani artisti. A loro cosa raccomanda?
"Intanto premo perché cantino in italiano. Capisco che, soprattutto in un certo tipo di area musicale che si identifica come alternativa alle grandi produzioni commerciali, i gusti musicali siano esterofili e dunque si tenda a scrivere testi in inglese. Però sono convinto che l'italiano abbia tutt'altro impatto ed efficacia. Soprattutto in questo periodo in cui ci sono cose importanti da dire, forte e chiaro, sulla realtà che stiamo vivendo. Dico di più: ritengo l'unica vera forma di sperimentazione interessante esprimersi con testi in italiano su forme musicali che sono globali, internazionali, tipo un certo suono elettrico affidato alle chitarre che si usa parecchio in ambito indie".
Vuole raccontarci qualcosa del lavoro in corso sul nuovo album di Nada?
"Vorrei fare prima un discorso più generale. Io ho aperto il mio studio di registrazione dieci anni fa. In questi anni le cose sono parecchio cambiate per quanto riguarda la produzione. Io cerco di dare spazio ai giovani musicisti, suddividendo il lavoro tra me e loro. Molti arrivano con provini casalinghi già fatti, spesso di buona qualità. Quando è possibile, e lo è spesso, riverso parte dei loro provini nel progetto sonoro in cui metto le mani. Questo permette tre cose: avere un'ottima qualità finale del master, ridurre moltissimo i costi, rispettare le loro intenzioni cercando di esaltare i dettagli della loro musica che a mio parere sono più personali e caratteristici. Lavoro molto con Skype e altri software di condivisione musicale. Nel caso di Nada, che non è certo una esordiente e ha una forte personalità, anche lei aveva dei provini fatti in casa. Melodie semplici con stesura di testi che davano subito l'idea precisa della struttura delle canzoni, accompagnate alla chitarra. Da quei demo siamo partiti per rispettare l'intenzione comunicativa dei brani".
C'è un tipo di suono che ama riproporre nelle sue produzioni?
"Io amo essere versatile. Il contrario di quanto fanno altri che tendono a replicare un certo tipo di sonorità, vedi bravi produttori che però sono fissati con il suono alla Steve Albini, un certo tipo di "pasta" chitarristica molto forte e caratteristica che però tende a rendere uguali artisti in realtà molto differenti tra loro. Venendo al dettaglio tecnico, amo molto un certo tipo di microfoni e preamplificatori a valvole tedeschi dei primi anni Sessanta che venivano usati anche nella console della Emi quando si facevano i dischi dei Beatles. Prerisco i microfoni a nastro sui piatti della batteria e uso un banco mixer Neve che mi dà un suono grosso, caldo e con grande grinta".
Quanto hanno influito sul suo modo di lavorare gli anni trascorsi assieme a Giorgio Canali nei Rossofuoco?
"Giorgio non è solo un maestro di suono ma soprattutto di vita, di attitudine. Da lui ho imparato le basi del mestiere di fonico, mi ha dato tantissimo. Ma la mia stima è ancora più grande per la musica che fa, i testi che scrive, la sua visione del mondo e della vita in cui mi ritrovo".
Ultima battuta a proposito dei talent show che passano per grandi vetrine per giovani artisti. Come li valuta?
"E' come giocare al lotto. O vinci o ti bruci subito. In una logica totalmente televisiva. Viceversa il Web da possibilità di comunicare tra artisti e produttori, di trovare il proprio pubblico, lo stesso che verrà a vederti e ascoltarti ai concerti. Ma la differenza la fa, come si diceva prima, l'attitudine. In un paesone di provincia com'è l'Italia fare musica deve venire da una vera urgenza di espressione, dalla gioia di farlo, senza troppo preoccuparsi delle mode e dei particolari legati al commercio".
04 agosto 2010