All'ultimo Festival di Sanremo ha presentato Nina Zilli, in concorso tra gli artisti della nuova generazione con la canzone L'uomo che amava le donne, vincitore del premio Mia Martini assegnato dalla critica, e di altri riconoscimenti. Ma Carlo U. Rossi, è la firma di molti altri dischi di grande successo o comunque importanti per il segno che hanno lasciato nella musica italiana. Lui era già dietro il mixer ai tempi della breve epopea delle etichette indipendenti italiane degli anni Ottanta, a cominciare dalla IRA che vide nascere i Litfiba. La sua cifra "stilistica" è la versatilità, il che gli permette di interagire in modo contemporaneamente rispettoso e personale con artisti molto diversi fra loro. Per intenderci, Rossi ha lavorato e lavora con Persiana Jones, Baustelle, Jovanotti, Caparezza, Subsonica, Ligabue, Vinicio Capossela, Negrita, 883, Gianna Nannini. Tra molti altri. Con questa intervista inauguriamo una serie di confronti con chi la musica la produce, la mette su disco, la sceglie e contribuisce in modo determinante a farla arrivare al grande pubblico. Per capire lo stato di salute e gli eventuali nuovi scenari di un'arte sempre giovane e dinamica, a dispetto delle voci di crisi.
Carlo, come è nata la collaborazione con Nina Zilli?
"Ci siamo conosciuti durante il mio lavoro con Giuliano Palma & The Bluebeaters, a cui lei partecipava. Due anni dopo mi ha contattato per chiedermi di lavorare assieme, ed è cominciato tutto".
Non è proccupato che lo stile musicale di Nina, vagamente retrò, possa farla considerare come un clone di Giusy Ferreri?
"Per niente. La Ferreri è brava, niente da dire, però Nina compone e orchestra la sua musica, è anche un'autrice. Ha vissuto negli Usa, il soul, la musica nera le appartengono davvero. Se ci sono similitudini perché preoccuparsene. Sarebbe come dire che chiunque decide di far musica siccome usa una chitarra distorta sta copiando i Rolling Stones. Un po' esagerato, no?".
Nel nuovo album dei Baustelle la produzione non è più sua. Volutamente.
"E' già successo per altri artisti con cui ho lavorato, dai 99 Posse agli 883. E' una mia scelta non fare mai più di tre dischi con lo stesso artista. Credo di riuscire a dare il mio meglio con questa limitazione, dopo è giusto che ciascuno trovi altre collaborazioni stimolanti. Io e Francesco Bianconi, cantante e paroliere dei Baustelle, restiamo molto vicini e mi piace il lavoro fatto dal nuovo produttore su I mistici dell'Occidente. Tutto bene, dunque".
Come riesce ad essere contemporaneamente così versatile e personale nel lavoro con i musicisti?
"Non è poi così difficilie. A me interessa che l'artista veda rispettata la sua visione, le intuizioni da cui sono nati i brani musicali. Dunque il mio intervento diventa più deciso nella fase iniziale di un progetto condiviso, e sempre più leggero man mano che si procede. La cosa più importante è fare il loro disco, non appropriarmene".
Domanda molto diretta, forse un po' naif: come sta ora la musica?
"Io credo che sia un momento bellissimo per la musica, compresa quella italiana. Non dovrebbe passare inosservata la notizia che il team di remixer e produttori di casa nostra Crookers sia stato scelto per remixare Madonna. In generale ascolto molte cose interessanti. In questo momento parecchio cantautorato americano, artisti come Sufjan Stevens, per intenderci".
Band come Vampire Weekend e Pomplamoose nascono e crescono dentro il Web, tra social network e autoproduzione, scavalcando i tradizionali canali di produzione discografica. E' il futuro?
"Sì, lo dico senza dubbi né timori. Vorrei citare anche il caso di Amanda Palmer, già voce dei Dresden Dolls. Lei attaverso Twitter ha lanciato un concorso: in previsione dei suoi nuovi concerti invitava il pubblico ad aiutarla a disegnare le magliette da portare in tour e a sostenerla. In 24 ore, interagendo costantemente via social network, è diventata famosa e ha guardagnato 22.000 dollari. Il concetto è questo: ormai la musica va regalata e la promozione va fatta entrando in contatto con il pubblico nel modo più diretto e spontaneo possibile. L'artista viene ripagato dai concerti. I produttori devono evolversi e smettere di essere solo quelli che mettono parola nelle scelte in studio di registrazione. Bisogna invece cominciare a diventare consulenti a più ampio raggio, dal marketing a Internet, reinventare anche questa figura, non solo quella del musicista".
E del fenomeno mediatico dei talent show che dire?
"Io non sono contrario a priori e nemmeno mi piacciono i discorsi snob. E' vero che la qualità media delle canzoni che si ascoltano ad X-Factor o Amici non è granché ma funziona molto bene il meccanismo dell'immedesimazione del pubblico nelle emozioni del giovane artista che cresce puntata dopo puntata. E' un modo diverso di diventare fan, affezionarsi, solidarizzare con un cantante e per quel motivo comprarne i dischi. Un tempo i grandi gruppi rock facevano un album ogni due o tre anni, c'era molta più attesa e ogni uscita veniva vissuta come un evento. Ora l'offerta è enorme, in tutto il mondo, in qualsiasi momento. I talent show creano queste efficaci "ancore" emotive. Le stesse che offrono i social network, dove c'è più spazio per chi è davvero bravo e abile a usare quei mezzi. X-Factor e Amici funzionano molto bene come eventi tv, ma a parte Giusy Ferreri non hanno determinato autentici successi musicali. Perciò le opportunità ci sono, ma occhio a far crescere per bene i propri progetti musicali, la fretta è una pessima consigliera".
19 aprile 2010