Il giornalista e scrittore Ahmad Rafat Il giornalista e scrittore Ahmad Rafat 
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Ahmad Rafat: "Contro il voto scippato in Iran la rivoluzione pacifica dell'Onda verde"

di Andrea Curreli
Da una parte c'è una rivolta pacifica e pacifista colorata di verde che ha per protagonisti i giovani iraniani, dall'altra c'è il presidente Ahmadinejad che usa il pugno di ferro contro i suoi oppositori politici. La notizia dell'arresto del regista Jafar Panahi ha portato l'ennesimo atto di indignazione da parte della comunità internazionale, ma in Iran non ha sorpreso nessuno. E' ancora vivo infatti il ricordo di Neda Agha-Soltan la studentessa freddata da un proiettile a giugno perché riprendeva con il suo cellulare una manifestazione di protesta contro chi governa il suo Paese. La sua morte è diventata il simbolo dell'Onda verde. A questo movimento è dedicato il libro Iran. La rivoluzione on line (Cult editore, 2010) di Ahmad Rafat. Il giornalista e scrittore di origine iraniana analizza nel dettaglio il clima poltico che si respira in questi giorni nella Repubblica islamica. 
Rafat, partiamo con la notizia dell’arresto del regista dissidente Jafar Panahi.
"Sono addolorato e non solo perché ogni arresto di un dissidente mi addolora, ma perché è un mio amico personale. Io ho lavorato con lui ed è stato più volte in Italia, per me è un dolore doppio. Ho avuto la notizia dal figlio che mi ha chiamato pochi minuti dopo l’arresto. Sono veramente scandalizzato anche perché risulta che lo accusino di aver pensato di realizzare un film sugli ultimi avvenimenti politici degli ultimi otto mesi. Pertanto è stato arrestato un pensiero. Ma questo è nella logica del governo attuale iraniano. Basta pensare al fatto che ci sono più di cinquanta giornalisti in carcere e diversi cineasti sono finiti in manette. Lo stesso Panahi era stato già arrestato alla fine dello scorso giugno mentre stava partecipando alle cerimonie funebri di Neda e gli avevano ritirato il passaporto. E’ una notizia allarmante perché se vengono arrestati personaggi internazionalmente riconosciuti, questo significa che per le persone meno conosciute o sconosciute al di fuori dei confini dell’Iran il pericolo è maggiore".
Come nasce l’Onda verde?
"L’Onda verde in realtà è la prosecuzione della manifestazione di scontento dei giovani e degli studenti scoppiata nel luglio del 1999 e repressa nel sangue. I dormitori dell’università furono assaliti, diversi studenti persero la vita e un centinaio vennero arrestati. Alcuni di loro sono ancora in carcere nonostante siano passati dieci anni. Le elezioni di giugno del 2009 hanno creato le condizioni perché la gente tentasse di cambiare il governo attraverso l’elezioni di qualcuno più aperto alle riforme e alle richieste dei giovani. Gli iraniani hanno utilizzato il modo più democratico che esiste, ovvero l’utilizzo del voto, per cambiare le cose. Ma il voto è stato scippato e la gente non è disposta a vedersi rubare anche lo strumento più pacifico che poteva utilizzare. Pertanto dopo i risultati che sono stati manipolati, sono scesi in strada per protestare. La protesta è durata per un mese, poi dopo decine di arresti e una violenza inaudita nelle carceri con uomini e donne violentati hanno deciso di cambiare tattica. Hanno deciso di manifestare solo in occasione di appuntamenti ufficiali per aver un minimo di garanzia di non essere arrestati mischiandosi con chi scendeva nelle strade per manifestare a favore del regime. Ma anche questo non è servito perché gli arresti negli ultimi due mesi sono aumentati rispetto al periodo precedente".
Quali sono le caratteristiche di questo movimento?
"Le caratteristiche principali sono tre. La prima è che è composto soprattutto da giovani. Un dato che non sorprende in un Paese dove il 70 per cento della popolazione ha meno di trent’anni. La seconda è che non è un movimento ideologizzato. L’Onda verde comprende dagli islamici moderati fino ai marxisti. Senza dimenticare quelli che non hanno una ideologia ma richieste concrete: il rispetto della libertà di stampa, della libera espressione delle proprie opinioni e della libertà di manifestare da parte di qualsiasi organizzazione politica. Queste libertà sono tutte previste e garantite dall’attuale costituzione iraniana. La costituzione non prevede invece una serie di libertà personali che riguardano l’abbigliamento, la musica o il cinema. I giovani non vogliono vivere secondo le regole di quattrocento anni fa anche perché grazie alle tv satellitari e soprattutto a internet sono a conoscenza di quanto accade fuori dai loro confini. Vorrebbero avere le stesse possibilità che hanno i loro coetanei altrove".
E la terza caratteristica?
"La terza caratteristica è la modernità di questo movimento, nel senso che utilizza i network sociali su internet per comunicare con l’estero o all’interno dello stesso Iran. Ma questa non è una novità dato che la prima rivoluzione costituzionale del 1906 utilizzò per la prima volta la carta stampata come strumento principale di lotta. Nel 1979 la rivoluzione islamica fu soprannominata 'la rivoluzione delle audiocassette' perché Khomeini inviava attraverso i nastri i suoi messaggi che poi venivano distribuiti in tutto l’Iran. Io concludo il mio libro con una farse che ha lasciato un giovane iraniano nella mia pagina di Facebook: 'Scriveranno che noi abbiamo dato vita al primo movimento sociale, dove nessuno è leader e tutti lo sono. Un movimento, che ha archiviato la violenza, ha consegnato ai musei fucili e cannoni ed è stato capace di trionfare con l'uso di nuovi mezzi di comunicazione sociale'. In sintesi questo movimento non ha una ideologia e  vuole imporre un modello politico specifico ma chiede un sistema aperto che soddisfi le sue richieste".
Lei scrive: "Nonostante gli assalti violenti dei Basiji, nessuno ha voluto vendicarsi". Nel lungo periodo la protesta pacifica si rivelerà vincente o muterà in resistenza armata?
"Questo dipende da quale politica attuerà il regime. Fino a oggi il movimento ha ribadito la sua volontà di non voler ricorrere a nessuna forma di violenza. Basta guardare i filmati su Youtube per vedere che quando i ragazzi prendono un militare, un paramilitare o una squadrista, lo disarmano e lo lasciano andare. Ovviamente se la repressione si indurisce, come sta accadendo, la pazienza della gente finirà. Se il popolo vede che i manifestanti, solo per gridare qualche slogan o come nel caso di Neda solo per aver utilizzato un cellulare per scattare una foto, vengono uccisi alla fine qualcuno reagirà. La natura non violenta ha permesso una partecipazione di massa alle manifestazioni e per ora è un punto di forza del movimento. Ma in Iran si parla tanto di un colpo di stato da parte dei Pasdaran, i guardiani della rivoluzione, per riportare la calma nella società. Se ciò accadrà suppongo che anche l’Onda verde dovrà cambiare forma di lotta e non è detto che non ci sarà il ricorso alla violenza”.
I Pasdaran hanno mutato radicalmente pelle negli ultimi anni con una evidente crisi ideologica. Sono diventati una lobby?
"Si sono trasformati alla fine della guerra con l’Iraq (il conflitto è durato dal settembre 1980 all'agosto 1988 ndr) in una casta perché gli sono stati riconosciuti dei privilegi economici. Oggi controllano la macroeconomia del Paese e hanno più di seicento società che operano in vari settori. Il loro ultimo grande investimento è stato l’acquisto della maggioranza delle azioni della Telecom iraniana che da una parte è conveniente data la diffusione della telefonia mobile e di internet in Iran e dall’altra permette di controllare questi mezzi. Oltre che una potenza economica, i Pasdaran sono diventati negli ultimi cinque anni anche una potenza politica. Dalle loro fila vengono sei ministri, un terzo dei deputati del parlamento e lo stesso presidente Ahmadinejad ha un passato di militanza con loro. Quello che doveva essere un esercito al servizio degli ideali della rivoluzione, si è trasformato in una casta che controlla l’economia e la politica del Paese. Non è detto che i Pasdaran vogliano condividere ancora a lungo il potere con l’altra casta: quella dei religiosi".
Quindi si è creata una frattura tra i vertici della Repubblica Islamica?
"Le elezioni hanno mostrato che in Iran c'è una doppia frattura: una orizzontale e una verticale. Quella verticale si è creata tra la popolazione e la leadership del Paese, ma la frattura politicamente più rilevante è quella orizzontale che coinvolge una parte della leadership islamica, che non vuole governare solo con il pugno di ferro ma bisogna anche aprirsi e mettere in atto alcune riforme, e il settore militare conservatore che vorrebbe mantenere il controllo attraverso la repressione. Negli ultimi nove mesi questa frattura non si è ricomposta, come era successo altre volte in passato, ma è andata aggarvandosi. Le minacce o le aggressioni agli esponenti riformisti come Musavi, Karrubi e Kathami hanno dimostrato che non è più ricomponibile. Per la prima volta negli ultimi trent'anni, la leadership della Repubblica islamica non sembra essere in grado di trovare un compromesso e questo significa l'inizio della fine di quella rivoluzione che nel 1979 portò Khomeyni e i religiosi al potere".
 
Il presidente Ahmadinejad, l'ayatollah Khamenei, Rafsanjani e Mussawi hanno idee politiche molto differenti ma si considerano tutti eredi fedeli della rivoluzione khomeinista e per questo si ritengono tutti legittimati a governare il Paese. Come è possibile?
"Ognuno dà una interpretazione diversa della rivoluzione. Secondo me, alcuni dei protagonisti del 1979 non si riconoscono più nella rivoluzione ma è impossibile per chi vive in Iran dichiarare una cosa del genere perché rinnegare qualsiasi punto o criticare l'ayatollah Khomeini è un reato che prevede la pena di morte. Mussawi e Karrubi in alcune recenti interviste hanno detto che i valori della rivoluzione sono rispecchiati dalla costituzione, ma questa non è piovuta dal cielo e quindi è modificabile. Mussawi ha citato anche Khomeini che al ritorno in patria disse: 'perché i nostri giovani devono vivere in un regime deciso dai loro padri?'. Questo per dire che anche oggi la società iraniana dove il 70 per cento della popolazione non ha partecipato a quella rivoluzione e non ha votato al referendum che l'ha legalizzata dovrebbe vivere secondo quegli ideali? Citando Khomeini ha evitato che chi governa oggi il Paese lo accusasse di aver tradito gli ideali della rivoluzione".
 
02 marzo 2010
 
 
 
  
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