Foto-racconto di un un'epoca musicale in cui tutto era possibile.
Carlo Massarini torna all'epoca dei grandi concerti in Italia, delle radio libere, della prima televisione che si occupasse di videoclip, della musica vissuta come esperienza totale. Lo fa con
Dear Mister Fantasy, poderoso volume edito da Rizzoli in cui riattiva la memoria a suon di fotografie scattate tra il 1969 e il 1982, quando ancora giovanissimo "extraterrestre" (a cui Eugenio Finardi dedicherà la celebre canzone omonima) si avventurava per pura passione nella calca di Hyde Park a caccia dei Rolling Stones con la sua reflex. Tutto è cominciato così, il resto lo racconta il diretto interessato.
Carlo, Dear Mister Fantasy è un libro ad andamento circolare. Parte dagli Stones incontrati nel 1969 e si chiude con il loro concerto a Torino, quando Mick Jagger indossò la maglia dell'Italia campione del mondo. Nel mezzo c'è un bel pezzo di storia del divismo in musica.
"Esisteva già prima, basta ricordarsi di Elvis. Però è vero che quando ho cominciato a lavorare io come fotografo di musica, prima ancora che come giornalista, tutto era vissuto in modo più spontaneo e naif. Andai con la mia reflex e quattro soldi al concerto di Hyde Park a Londra, c'erano 250.000 persone. Eppure, una volta trovato il coraggio di raggiungere il palco, ero lì, a pochi metri dalle rockstar che non erano affatto a disagio con tutti quei fan attorno. Nel 1982, già professionista, mi toccò fotografarli a decine di metri di distanza. Questo vuol dire qualcosa".
Guido Harari, grande fotografo di musica, in un'altra intervista ci disse che col tempo l'immagine dei musicisti si è fatta sempre più perfetta e levigata, sempre più prodotto, ma questo li ha paradossalmente allontanati dal loro pubblico. E' d'accordo?
"Guido ha avuto modo di continuare a fotografare i musicisti anche dopo gli anni Ottanta, dunque ha avuto più raffronti di me. Ha ragione e sono d'accordo. Ma non credo che sia colpa degli artisti. E' stata la musica a diventare sempre più un prodotto industriale, attentamente studiato e calibrato. La componente esperenziale, come amo chiamarla io, è andata sempre più diminuendo d'importanza. Un tempo se di notte ascoltavi un disco di Springsteen eri lì com lui, in un New Jersey operaio con i lividi dignitosi del lavoratore addosso. Oggi se ascolti Lady Gaga dove sei? Da nessuna parte, o forse ovunque. Certamente, in un negozio di abiti alternativo-chic".
Lei ha vissuto la nascita delle prime radio libere e ne è stato protagonista. Come selezionatore e commentatore musicale quali meriti si assegna?
"Beh, allora era facile avere meriti, fare i pionieri, attorno a noi ragazzi del 1976 c'era il vuoto. Nel mio piccolo credo di aver molto contribuito a far scoprire al pubblico italiano il prog, specie quello meno legato alla scuola di Canterbury che non mi piaceva granché. Ma anche Leonard Cohen, il reggae di Bob Marley, i cantautori californiani come Crosby Stills Nash & Young, i primi Eagles, Jackson Browne. Col tempo i miei gusti si sono "anneriti", nel senso che sono stato catturato dal ritmo travolgente della black music, da Stevie Wonder in giù. In fondo anche certa new wave di fine anni '70 squarciava il nichilismo punk restituendoci la gioia del ballo".
Con Mister Fantasy è stato tra i primissimi a esplorare il rapporto tra musica, video promozionali e moda. Oggi che i video si moltiplicano in Rete e la musica viene compressa in formato digitale, verso quale scenario andiamo?
"Domanda da un miliardo di euro. Un tempo la musica era roba da culto, tu ti innamoravi di certi artisti, li seguivi, facevi loro pubblicità spontanea, magari qualcuno ti dava del matto, però se il tuo artista preferito si affermava la sentivi come una tua vittoria. Le preferenze musicali erano vissute come una faccenda tribale. Oggi le commistioni sono all'ordine del giorno, c'è molta più musica che entra nella nostra vita a tutti i livelli, ma in modo più superficiale. Assaggiamo tanto, ci innamoriamo di poco. E anche certi look alternativi ormai sono di massa: a chi non è capitato di trovarsi di fronte, al supermercato, una cassiera con piercing e tatuaggi? Altro che le rockstar di quarant'anni fa".
Come mai Carlo Massarini, che ha saputo raccontare come pochi altri agli italiani la musica tra tv, radio e carta stampata, non si occupa più di questi temi?
"Beh, nel corso degli anni ho fatto anche altro, come spiegare la tecnologia in modo semplice e appassionato con la trasmissione MediaMente. Ma è anche vero che se ne avessi l'opportunità tornerei volentieri a parlare di musica. Paradossalmente, ora che la musica è dovunque, manca proprio nei palinsesti della nostra televisione".
14 dicembre 2009