"Blog-therapy", la lotta contro le nuove dipendenze parte dal diario virtuale

di Andrea Curreli
Il blog è un diario virtuale che permette a milioni di persone in tutto il mondo di condividere informazioni e passioni. Un mezzo di socializzazione collettiva che può diventare anche una nuova frontiera dove discutere e fare conoscere malattie sempre più diffuse ma poco conosciute perché socialmente tollerate oppure sottovalutate. Queste malattie sono le "dipendenze senza droghe" che lo psicologo e psicoterapeuta cagliaritano Enrico Maria Secci studia da anni. Il crescente interesse suscitato dal suo  blog personale lo ha spinto a trasferire le sue esperienze in un libro dal titolo Blog-therapy - Psicologia e psicopatologia dell`Amore ai tempi di Internet  (Boopen editore, 2009) che verrà presentato a Cagliari all'interno della manifestazione "Derive d'amore" dal 12 al 19 dicembre.
Dott. Secci in che modo il blog aiuta lo psicologo nel suo rapporto con i pazienti?
"Il mio blog nasce per puro caso ed è stato importante più che per il rapporto con i pazienti per condividere informazioni ed esperienze con il pubblico. Il blog è un importante mezzo per favorire il dialogo, la riflessione e il confronto su temi difficili come, appunto, le nuove dipendenze"
Il sottotitolo del suo libro recita: "Psicologia e psicopatologia dell’amore ai tempi di internet". In cosa differiscono, se differiscono, da quelli dei tempi andati?
"La dinamica generale della dipendenza è costante. L’amore mutava in patologia anche prima dell'avvento di internet. Ma le nuove tecnologie favoriscono l’invischiamento in relazioni 'malate' perché favoriscono il mascheramento di sé attraverso un avatar e, allo stesso tempo, facilitano l’idealizzazione dell’altro”.
Cosa significa?
"In Rete fioriscono più rapidamente le relazioni idealizzate perché la mediazione del computer rende facile vivere l’altro come lo si vorrebbe e non per come effettivamente è. Per questo internet funziona come un acceleratore della dipendenza affettiva. Nelle relazioni reali i tempi sono più dilatati ed è anche più probabile che ci sia un processo di de idealizzazione. Ovviamente questo non vuol dire che internet abbia solo effetti negativi, il blog ad esempio può avere effetti molto positivi".
Secondo quanto scrive nel suo libro, la chat non avrebbe la stessa funzione.
"Nella chat è più facile che ci sia uno sdoppiamento tra l’io reale e la persona che vorrei essere. E’ un meccanismo molto affascinante ma poi il pericolo è che si finisca per preferire la vita virtuale rispetto a quella reale".
Lei racconta anche il caso di Luca, un ragazzo schiavo dei videogame.
"Luca riusciva a rinascere solo quando accendeva il computer. Come spiego nel libro, a lungo andare anche questa soddisfazione viene meno, ma nel frattempo si è rinunciato a tutto e ci si continua a drogare di Internet solo per ridurre il dolore dato dalla dipendenza, senza mai raggiungere un appagamento vero".
Chi soffre di dipendenza da internet si rende conto del suo stato?
"Non si rende conto di avere una dipendenza perché prevale la voglia di negare. Spesso i pazienti si rivolgono allo psicologo perché soffrono di depressione o hanno altri disturbi clinici. E’ rarissimo che siano consapevoli della loro dipendenza".
Leggendo il suo libro si ha l’impressione che viviamo in una società sempre più malata.
"Questo dipende da tre fattori. Innanzitutto c’è una maggiore attenzione sulle nuove dipendenze. Sostanzialmente se ne parla di più e questo dà la sensazione che il fenomeno sia più diffuso che in passato. Il secondo fattore è rappresentato dalla società del consumo che favorisce dipendenze ad esempio dalle aste on line oppure dai siti di poker. Anche su internet si consuma per essere accettati socialmente. Infine non siamo più abituati a vivere le relazioni interpersonali. C’è uno svuotamento culturale, è in atto un processo di analfabetizzazione emotiva".
Lei accenna anche a una forma di tolleranza sociale nei confronti delle dipendenze.
"Sì rispetto alle dipendenze da alcol o da droga si tende a sottostimare le dipendenze ad esempio da internet. Si tende a scegliere etichette più rassicuranti e indicare altre patologie. Si preferisce considerare il paziente come depresso piuttosto che come dipendente da internet. Questo è favorito dal fatto che ci sono già delle procedure per curare il depresso mentre solo da qualche anno grazie al lavoro di centri di ricerca e di intervento clinico come quello attivo presso la Cattolica di Roma si stanno studiando le dipendenze senza droga".

Lei definisce la dipendenza affettiva genitori-figli più “insidiosa e resistente” per un intervento psicoterapeutico.
"Se il figlio è malato, il genitore tende inconsciamente ad alimentare la dipendenza e quindi di fatto a sabotare la terapia. Dato questo rapporto, quando il paziente guarisce dalla dipendenza affettiva, il rapporto genitore-figlio può scoppiare".
01 dicembre 2009
 
 
  
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