Lupara nera: nel dopoguerra siciliano il patto segreto per la "strategia della tensione"

di Antonella Loi
Ci voleva l’apertura degli archivi segreti statunitensi e britannici per scoperchiare un "vaso di Pandora" fatto di complotti sotterranei, spionaggio e loschi figuri con le mani protese sul futuro dell‘”Italia liberata“. Il disegno sovversivo emerso dalla minuziosa analisi di migliaia di documenti desecretati dall'Office of strategic services statunitense (l'antenato della Cia) e dal War office britannico, in misura diversa coinvolge spioni e sabotatori al soldo di Hitler, camice nere dell’ultima ora, aristocratici e latifondisti agrari, mafiosi “abbarbicati alle loro tribù e ai loro territori”, criminali comuni e servizi segreti americani. Tutti impegnati a costruire un muro, prima ancora della “cortina di ferro”, che tenga fuori dalla costituenda Italia "democratica" la “minaccia comunista”, rappresentata da Togliatti e Nenni. Giuseppe Casarrubea e Mario J. Cereghino riallacciano, come tante tessere di un puzzle, nel libro Lupara nera (Bompiani), un torbido intreccio chiamato “Rete Invasione” messo in opera in Sicilia all’inizio del ‘43, giusto pochi mesi prima dello sbarco degli Alleati. E’ dall’Isola che fino al ‘47 parte “la guerra segreta per la democrazia”. Tra le cui maglie rimangono impigliati molti dei misteri italiani dei decenni successivi, da Gladio a quella che verrà chiamata "strategia della tensione".
Professor Casarrubea, cosa lega personaggi come l’SS Henrich Himmler, Junio Valerio Borghese (capo della X Mas), James Angleton, guida del controspionaggio dell’Oss (X-2), Lucky Luciano e Salvatore Giuliano?
"Il legame è piuttosto organico perché quello che non si sapeva dal punto di vista dell'indagine storiografica, era il fatto che i tedeschi avessero costituito in Italia già prima dello sbarco alleato un sistema a rete per l'invasione nazista di tutta la Penisola, partendo dalla Sicilia. Questo sistema di rete faceva capo intanto all'aristocrazia e alle mafie locali che sevivano come elementi di rottura rispetto al nuovo che avanza, la costruzione di uno Stato democratico. L'opposizione verso questo Stato da parte dei nazisti e dei fascisti di Salò e da parte dei poteri criminali, sostanzialmente nelle mani della mafia, costituivano un tutto organico. Noi documentiamo come da Trieste, Venezia e fino a Trapani l'organizzazione della X-Mas e la dipendenza dei gruppi fascisti dalle politiche germaniche fosse una dipendenza piuttosto stretta: Himmler era il capo nazista in Italia e rispondeva a Hitler".
A questo disegno eversivo non si sottrasse nemmeno il Papa, Pio XII.
"Il Vaticano con Pio XII avrebbe potuto scegliere apertamente, soprattutto durante l'invasione nazista dell'Italia, la parte più forte e più sana delle forze che si stavano cimentando nella costruzione di uno Stato diverso. Il Vaticano, e Pio XII in primis, tra il movimento politico che scaturiva dall'esperienza del Cln (da qui scaturirono i principali partiti italiani del dopoguerra ndr) e la parte vecchia scelse quest'ultima. Non ebbe il coraggio di fare un salto verso il nuovo. Ci sono parecchi documenti che dimostrano quanto meno che la Santa Sede fosse orientata in senso smaccatamente conservatore contro il comunismo che vedeva imminente, nel processo di sovietizzazione dell'Europa e anche in Italia".
Non sono mancate le azioni golpiste: nel vostro libro è documentata l’autorizzazione del presidente Usa, Harry Truman, a trascinare l’Italia verso una “dittatura militare” con un colpo di Stato.
"Sì, Truman manda in Italia Charles Poletti che in quegli anni dopo la liberazione svolge un ruolo attivo nella nostra Penisola. Poletti viene in Italia nel '47 e interferisce in maniera pesante nel governo De Gasperi, il quale è costretto a convocare i capi del neofascismo, cioè lo schieramento antidemocratico perché operasse in senso anticomunista e antisocialista. Questo è quello che accadde. Nel nostro blog - www.casarrubea.wordpress.com - riportiamo una serie di documenti a tale proposito".
Tra i documenti riportati nel blog, c'è quello nel quale Churchill scrisse che "l'Italia è un Paese a sovranità limitata".
"Esattamente perché lo statista si rendeva conto che l'Italia era sostanzialmente fascista e che le possibilità di costruire un processo alternativo dal puinto di vista politico erano piuttosto scarse. Quindi bisognava intervenire costantemente. Questo avverrà in modo particolare negli anni '70 a proposito della vicenda Moro e del compromesso storico - abbiamo molti documenti che dicono appunto questo -: bisognava intervenire per impedire che ci fosse un cambio di rotta e cioè la presenza dei comunisti all'interno del nostro sistema di governo".
E' qui che nasce la "strategia della tensione" dunque?
"Certamente, si comincia con la strage di Portella della Ginestra (1947) che è un atto terroristico che viene fatto intestare al bandito Salvatore Giuliano che poi sarà ammazzato in circostanze misteriose insieme a quasi tutti i componenti dlela sua banda, e si prosegue con la strage di Bellolampo fino ad arrivare a piazza Fontana. E direi che anche negli anni Settanta la strategia della tensione si manifestò attraverso un percorso di interferenza sulla politica nazionale italiana di potenze esterne che impedirono di fatto che l'Italia potesse avere quello a cui aveva sempre lavorato, specialmente nel periodo della resistenza, quando cattolici comunisti e socialisti - cioè l'arco cosiddetto costituzionale - costituivano un blocco unitario organico di alternativa al vecchio regime".
Sulla base di questi documenti è stato presentato un ricorso per la riapertura delle indagini per le stragi di Portella della Ginestra (1 maggio 1947) e dell'assalto alle Camere del Lavoro della provincia di Palermo del 22 giugno di 1947: le micce - è scritto nel libro - che avrebbero dovuto far esplodere la tensione sociale. La magistratura non ha ritenuto di dover procedere, perché?
"E' un mistero. Ci chiediamo perché le stragi naziste del '43 sono state prese in considerazione anche oggi a distanza di oltre sessant'anni e abbiamo 14 generali condannati proprio per quelle stragi. Non ci spieghiamo come mai per stragi avvenute in piena repubblica, cioè nel 1947, non ci sia stata una eguale valutazione. Incredibile che per casi come Portella e le Camere del lavoro oltreché la decapitazione di tutti i dirigenti sindacali della Sicilia di spessore, non si siano aperti neppure i fascicoli. Per l'omicidio di Accursio Miraglia, dirigente della Cgil di Sciacca, per esempio, non si è arrivati nemmeno ad un processo vero e proprio, non c'è stato l'avvio dibattimentale, quindi non c'è sentenza. Anche per Partinico c'è stata una sentenza però né i mandanti né gli esecutori sono stati individuati".
Non arrivare mai alla verità: un male italiano?
"Siamo un paese senza verità storica e senza giustizia storica. Per tanti fatti oggi possiamo dire che la verità storica ormai l'abbiamo conosciuta ma la verità giudiziaria non è mai stata costruita. Si pensi che per la strage di Portella si è addirittura negata l'esistenza dei mandanti, come se quell'atto terroristico che provocò la morte di donne bambini, gente inerme, fosse stato opera di qualche fantasma o essere invisibile. Il tribunale di Palermo ha respinto le indagini perché per loro si tratta di un fatto storico e quindi se ne devono occupare gli storici e non i tribunali. Ma noi abbiamo dimostrato che ci sono persone ancora vive che avrebbero potuto essere interrogate, dire finalmente la verità".
Nel vostro blog scrivete che “bisogna conoscere il passato per dare risposte al futuro“: quante pagine ci sono ancora da scrivere del passato dell’Italia?
"Le risposte ancora da dare sono molte, moltissime. Per quasi tutte le stragi, tranne qualcuna, non si conoscono mandanti o esecutori. Siamo un Paese dove ancora non c'è giustizia e in cui le complicità istituzionali rispetto alla copertura di eventi terroristici sono notevoli. Quindi quanto dobbiamo aspettare, probabilmente a tempoindeterminato. Noi facciamo la nostra parte che è quella di scavare e mettere in risalto i fatti. Poi la magistratura dovrebbe fare la sua parte, ma se non lo fa non per questo noi ci fermiamo. Noi andiamo avanti, le nuove generazioni capiranno in che Paese siamo vissuti".
 
03 novembre 2009
 
 
  
 
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