La morte e la sofferenza non hanno soltanto una dimensione personale. Certo, soprattutto laddove rimane più profonda la traccia di antiche consuetudini, non sono un fatto privato. Tutta la comunità alla quale si appartiene vive questi fatti dolorosi, interagisce con essi e prova a porvi rimedio. E' una figura ancestrale quella rievocata da
Michela Murgia nel suo libro
Accabadora (Einaudi), l'anziana Tzia Bonaria che dà la morte dolce ai malati terminali e a chi trova insopportabile la vita. Ma anche una donna che sceglie consapevolmente a chi fare da madre, sceglie Maria, bimba sola e cocciuta, adottandola in un connubio di femminilità che attrae e repelle il resto del paese sardo in cui si ambienta il romanzo, e apre dibattiti e riflessioni sulla natura dei rapporti parentali, dell'affetto, della solidarietà. Ne abbiamo parlato con l'autrice.
Michela, maternità e morte sono i due estremi tra i quali oscilla la sua prosa in Accabadora. Il libro è ambientato in una Sardegna ancestrale, c'è dentro anche un intento antropologico?
"Certo non scrivo come antropologa, non era questo il mio progetto, e nemmeno vorrei che si ponesse troppo l'accento sulla figura della donna portatrice di morte. Il mio è un racconto sulla maternità che scardina tutte le regole, perché viene da una scelta consapevole e reciproca. Madre e figlia si scelgono a vicenda. Nella realtà, in natura, nessuna madre può scegliere la creatura che concepirà, il nuovo nato non sempre risponde alle aspettative dei genitori, che spesso vivono di conseguente frustrazione e malcelato senso di colpa".
Lei è cattolica credente, qual è il suo punto di vista sull'eutanasia e il testamento biologico?
"Non ho un parere monolitico, ma varia da caso a caso. Quando ho cominciato Accabadora non si parlava che di Piergiorgio Welby, e in quel caso mi sono trovata d'accordo con la sua volontà di rifiutare una vita che non era più vita, di una sopravvivenza che faceva pagare un prezzo altissimo alle persone a lui maggiormente care. Mentre terminavo il libro ecco la polemica infinita su Eluana Englaro, su cui il mio parere era e rimane molto più sfumato: diverse le circostanze e soprattutto troppo disordine, a cominciare dalle posizioni della ragazza, mai formalizzate per iscritto, nonostante il padre Beppino le ribadisse come depositario della volontà della figlia in coma. Anche nel mio libro il giudizio sulla pratica della morte dolce è sospeso, e c'è anche un episodio in cui Tzia Bonaria, dopo aver dato la morte ad un mutilato, vive il suo gesto come un peso sulla coscienza".
Tzia Bonaria sceglia la figlia che vuole, oggi più o meno avviene lo stesso ma in modo più scientifico. Mi riferisco alle società, soprattutto americane o del Nordeuropa, che vendono seme geneticamente selezionato per avere un neonato con il colore di occhi, l'altezza e il tipo di capelli desiderati. Fin dove possiamo arrivare con il libero arbitrio?
"Come già detto io sono credente, ma anche fatalista, porto dentro di me la frase di mia nonna che ripeteva sempre: Dio dà e Dio toglie. Per lei ogni cosa doveva sapersi abbandonare al volere dell'Onnipotente. Io credo molto di più nella capacità umana di influenzare il corso degli eventi, ma fino ad un certo punto. Inutile pretendere di determinare la propria vita al 100 %. Se poi mi si chiede quale sia la mia preferenza per scegliere un mio fill'e anima e ricorrere alla banca del seme super-selezionato, preferisco la prima ipotesi".
Per concludere: anche il suo libro, come troppe volte succede per gli autori sardi, è ambientato nel passato e rievoca una Sardegna primitiva e tradizionalista. Perché? Per accontentare l'editore?
"All'editore ho consegnato il mio libro finito, la storia ce l'avevo dentro ed è rimasta quella, senza condizionamenti di sorta. Ho scelto di ambientare la mia storia in Sardegna fra gli anni '50 e i '70 perché quello è stato un momento di grande frattura generazionale. Mia nonna portava gonna e fazzoletto neri e ragionava come una donna di 200 anni fa, negli stessi anni mia madre metteva i jeans, studiava a Milano ed era imbevuta di cultura sessantottina, giusto per capirsi".
11 giugno 2009