UK-Italy Creative Industries Award –Best Innovative Budget. Tradotto per i non addetti ai lavori, è il premio che si assegna, nell'ambito della Mostra d'arte cinematografica di Venezia, al film più innovativo e di maggiore qualità in rapporto alla ristrettezza del budget con il quale è stato realizzato. La standing ovation delle oltre settecento persone presenti in sala, punteggiata da dieci minuti di applausi, hanno sottolineato il successo di Tajabone, film del regista sardo Salvatore Mereu presentato alla Mostra nella sezione Controcampo italiano. Prodotto e girato con soli 10 mila euro, nell'ambito di un lavoro scolastico in cui la parte degli autori del soggetto è stata fatta da un gruppo di adolescenti di Cagliari: Abdullah Seye, Angelica Argiolas, Sara Portoghese, Andrea Amhetovic, Erica Spissu. Ne abbiamo parlato con il regista, frastornato e felice dell'accoglienza ricevuta e del riconoscimento.
Salvatore, premio alla produzione più coraggiosa e creativa. Se lo aspettava?
"Sono davvero felice. Nella motivazione del premio c'è scritto che la giuria è rimasta sorpresa e ammirata per il risultato che siamo riusciti a raggiungere a bassissimo costo".
Un film che nasce da un corso di cinema svolto da lei in due scuole di Cagliari.
"Sì, dai corsi che ho tenuto alla scuola Alagon di San Michele e in quella di via Schiavazzi, nel quartiere di Sant'Elia. L'esperienza didattica si è trasformata quando mi sono reso conto della qualità dei racconti proposti dai giovani studenti. Così è nata l'idea di produrre questo film. Mi ci sono messo in prima persona ma è stata determinante anche la partecipazione dell'Istituto superiore etnografico di Nuoro, così come non si può dimenticare il contributo dato ai corsi dall'assessorato regionale sardo alla Pubblica istruzione".
Le storie di amori, speranze, difficoltà di accettazione e integrazione dei ragazzi protagonisti di Tajabone sono quelle di una società in profonda trasformazione, non senza traumi.
"Soprattutto ho avuto la conferma che la cosiddetta periferia del mondo è soltanto una elaborazione politica di chi non è ben disposto ad osservare con occhi sereni in che modo la nostra società diventa sempre più multietnica. La città di Cagliari, per come l'ho scoperta io, sardo dell'interno, offre moltissimi esempi in questo senso. Per me è stato molto interessante presentarli nel mio film. E rendermi conto che nel frattempo è crollato uno dei concetti attorno a cui i sardi hanno costruito la loro identità".
Sarebbe?
"Quello del considerarsi periferici, di arroccarsi nell'isolamento, costruendoci sopra un'estetica artistica e letteraria. La realtà è diversa e i ragazzi con cui ho collaborato e da cui ho imparato dimostrano chiaramente di essere molto più avanti di noi sulla strada del rinnovamento culturale".
Nel suo cinema ha importanza fondamentale il lavoro sul sonoro in presa diretta, anche dei dialetti, delle lingue locali. De Seta dunque ha fatto scuola e lasciato un'impronta importante. Ma quanto è difficile fare questo tipo di cinema in Italia?
"I mezzi di produzione sono sempre più limitati ma la tecnologia a costi meno esosi del passato permette di far da sé con risultati di ottima qualità. Questo assottiglia il confine tra la realtà di chi riprende e rappresenta fatti e storie e l'occhio dello spettatore finale. De Seta ha fatto scuola, è vero. Il mio modo di procedere in Tajabone è debitore di un lavoro di De Seta, Diario di un maestro. Tra l'altro tratto dall'opera di uno scrittore sardo, Albino Bernardini. Né posso dimenticare i fratelli Dardenne, che hanno contribuito in modo determinante ad annullare le differenze tra documentario e film di finzione".
I suoi progetti futuri?
"Proseguirò nella presentazione di Tajabone in tutti quei festival che lo accoglieranno. Poi spero di lavorare ancora in quel set affascinante che è Cagliari, e di trasporre al cinema il libro Bellas Mariposas di Sergio Atzeni".
08 settembre 2010