Per la prossima stagione Pietro Sermonti si darà al teatro, alla produzione e forse al cinema (“sto valutando due progetti”, dice), dunque niente tv: molto probabilmente non ci sarà una seconda serie di Nero Wolf e nemmeno una quarta di Boris “magari ci fosse”, commenta l’ex attore di Un medico in famiglia. Intanto si è messo a produrre un disco, un documentario di una regista francese che girerà a Napoli e lo spettacolo teatrale 456 di Mattia Torre (uno degli autori di Boris) che ritornerà al Piccolo Teatro Eliseo di Roma da fine anno. Da gennaio 2013 invece iniziano le danze, nel vero senso della parola: Sermonti ha deciso di darsi al musical. Lo troveremo infatti sul palco del Sistina a interpretare uno dei cinque disoccupati di The Full Monty. Ricordate il film britannico del 2007 campione d’incassi e premio Oscar? Ecco Massimo Romeo Piparo, il re dei musical made in Italy, lo adatterà per il pubblico italiano. A vestire i panni degli operai spogliarellisti che in questo caso vivono nella periferia industriale di Torino, ci saranno anche Sergio Muniz (Isola dei famosi), Paolo Calabresi (Le Iene), Gianni Fantoni (Zelig) e Paolo Ruffini (Stracult).
Terrorizzato all’idea di ballare, cantare e spogliarsi?
“Imbarazzato più che altro, ma l’idea mi ha fatto venire l’acquolina, però prima di accettare il ruolo sono andato da un maestro di canto per capire se potevo presentarmi sul palcoscenico. Le sue parole mi hanno rassicurato”.
Che rapporto ha avuto con il canto?
“Diciamo sin da piccolo nessuno mi ha mai sostenuto, la maestra delle elementari mi diceva che mettevo fuori tempo gli altri compagni così ho imparato a stare zitto, e invece questa cantante che mi seguirà nei prossimi sei mesi mi ha fatto scoprire che sono un tenore. Prima d’ora mi esibivo solo sotto la doccia, mai in pubblico, anzi no…”.
E dove di esibiva?
“Una volta alla settimana allo stadio per novanta minuti. In realtà mi è sempre piaciuto cantare”, sorride.
E con il ballo come la mettiamo?
“La questione è semplice, in The Full Monty non dovrò ballare da ballerino, saranno per lo più balli goffi per far divertire. Se si fosse trattato di ballare seriamente non credo che avrei accettato”.
Ritornando alla musica, quali sono i suoi cantanti preferiti?
“Bruce Springsteen, il mio primo amore, e De Gregori”.
Sarà uno spettacolo divertente che allo stesso tempo affronta un tema sociale e attuale come la disoccupazione.
“ Il film era ambientato a Sheffield, nell’Inghilterra della Thatcher, il musical americano a Detroit, mentre il nostro a Torino, tutti luoghi scelti non a caso. La risposta di questi operari è esistenziale e di una caratura straordinaria. Le persone che reagiscono alla rabbia e alla frustrazione con ironia credo che se la passano meno peggio degli altri”.
Le propongono sempre di fare delle commedie, non ha voglia di cambiare genere?
“In Italia è difficile dribblare dalla prima cosa che interpreti. Ho la sindrome del Medico in famiglia. Dopo aver fatto l’apologia del bravo ragazzo sognavo di stuprare delle vecchie o prendere a calci dei bambini – sorride – non è andata così. Comunque non vivo la cosa con sofferenza, anche se ritengo di avere un temperamento drammatico e dostoevskijano. Qualsiasi attore sogna di suonare più tasti del proprio strumento, comunque già partecipare a questo musical è un passo in avanti”.
Qual è il suo rapporto con il corpo?
“Di forte perplessità e imbarazzo, e pensare che ambivo a diventare un calciatore…”
Come pensa di cavartela con lo spogliarello finale?
“Conto sul controluce”.
13 luglio 2012