
Una scena del film
"Il profeta": Audiard e l'educazione criminale nell'Europa multietnica
E' un' Europa sempre più meticcia, piaccia o non alle destre modello Le Pen. Non necessariamente un' Europa rassicurante. Jacques Audiard lo mostra nel suo premiatissimo film Il profeta (gran premio della giuria a Cannes e vincitore di 9 Cesàr, candidato agli Oscar come migliore film in lingua straniera). La pellicola arriva nelle sale il 19 marzo e racconta l'apprendistato alla vita, attraverso il carcere, di Malik El Djebena, diciottenne analfabeta francese di sangue arabo.
La piramide economica dietro le sbarre - Teso come una corda di chitarra, Il profeta è un film che ha fatto molto discutere per il modo in cui viene proposto il suo personaggio principale, interpretato da Tahar Rahim. Ancora ragazzino, si trova nell'inferno multietnico delle carceri francesi, stretto fra le guerre interne di potere che vedono in grande ascesa il clan dei corsi. A proteggere Malik è un boss allo stesso tempo mellifluo e terribile, interpretato da un grande Niels Arestrup. Sarà lui a trasformarlo in astro nascente della manovalanza criminale, e anche a segnarne per sempre l'anima.
Elogio dell'ambiguità - Nel corso del film Malik decide di imparare a leggere e scrivere, senza peraltro dimenticare di ammazzare su commissione e negoziare lucrosi affari criminali. L'istruzione dovrebbe nobilitare una parsona, ma che succede quando rende solo più raffinato il modo di delinquere? In un finale spettacolare, il ragazzo diventato uomo del crimine farà i conti con il suo padre-boss. Lasciando scontenti molti moralisti, ma facendoli commuovere, come nella breve sequenza in cui, a bordo di un aereo, rimane a bocca aperta come un bambino di fronte allo spettacolo delle nuvole viste dall'alto.
19 marzo 2010
Redazione Tiscali