
Una scena del film
"Il profeta": l'educazione criminale nell'Europa multietnica
Cronaca di un'educazione alla vita che si compie tutta all'interno della logica carceraria. Il regista Jacques Audiard racconta la formazione criminale di Malik El Djebena, diciottenne analfabeta francese di sangue arabo, protagonista assoluto di Il profeta, un duro noir che aggiorna la mappa del potere criminoso e dopo aver entusiasmato la giuria e i critici al Festival di Cannes arriva nei cinema italiani il 26 febbraio.
Un controverso "puro" - Teso come una corda di chitarra, Il profeta è un film che ha fatto molto discutere per il modo in cui viene proposto il suo personaggio principale, interpretato da Tahar Rahim. Un puro strappato alla vita normale dal crimine precoce. Ancora ragazzino, si trova nell'inferno multietnico delle carceri francesi, stretto fra le guerre interne di potere che vedono in grande ascesa il clan dei corsi. A proteggere Malik è un boss allo stesso tempo mellifluo e terribile, interpretato da un grande Niels Arestrup. Sarà lui a trasformarlo in astro nascente della manovalanza criminale, e anche a segnarne per sempre l'anima.
Elogio dell'ambiguità - Nel corso del film Malik decide di imparare a leggere e scrivere, senza peraltro dimenticare di ammazzare su commissione e negoziare lucrosi affari criminali. L'istruzione dovrebbe nobilitare una parsona, ma che succede quando rende solo più raffinato il modo di delinquere? In un finale spettacolare, il ragazzo diventato uomo del crimine farà i conti con il suo padre-boss. Lasciando scontenti molti moralisti, ma facendoli commuovere, come nella breve sequenza in cui, a bordo di un aereo, rimane a bocca aperta come un bambino di fronte allo spettacolo delle nuvole viste dall'alto.
04 febbraio 2010
Redazione Tiscali