Milioni di persone nelle piazze e per le strade di Varsavia. Incuranti della repressione, della polizia pronta a sparare e manganellare, del crollo imminente di quel blocco comunista che si sarebbe sgretolato a partire dalla caduta del Muro di Berlino. Era il 3 novembre 1984 quando la Polonia testimoniò in modo potente contro la tirannia della paura e rese Jerzy Popieluszko l'eroe moderno che ancora non abbastanza persone ricordano come tale. Il giovane religioso dall'aspetto fragile e tormentato, assassinato da mano misteriosa a soli 37 era già stato evocato in un poco riuscito film di Agnieszka Holland datato 1988, intitolato Un prete da uccidere. Ora torna, con maggiore verosimiglianza storica, nel film Popieluszko di Rafal Wieczynski, presentato alla Festa del Cinema di Roma e in uscita nei cinema italiani il 6 novembre.
Il coraggio oltre il terrore - Figlio di contadini, giovanissimo soldato nell'esercito comunista, Jerzy Popieluszko scoprì la sua vocazione religiosa e fu ordinato prete dal Primate della Polonia Wyszynski che lo destinò ad alcune parrocchie di campagna, in mezzo alla gente umile e agli operai. Sensibile e determinato, Popieluszko imparò presto che in quella Polonia fede, impegno sociale e politica viaggiavano indissolubilmente intrecciati. Non solo gli operai ma anche altre categorie di lavoratori, e progressivamente anche studenti e intellettuali ne fecero una guida non solo spirituale, soprattutto dopo il suo avvicinamento a Solidarnosc, il sindacato guidato da Lech Walesa e sostenuto da Papa Woytjla. Un prete scomodo, che agiva come grancassa della coscienza di una nazione che cercava la sua rinascita e voleva liberarsi dalle pastoie del comunismo. Lo uccisero il 19 ottobre 1984, il corpo fu trovato in un lago, la testa sfondata, il volto mutilato, un sasso legato ai piedi. Nessuno è mai riuscito a identificare gli assassini del cappellano di Solidarnosc, ma più indizi rinconducevano alla pista che via Kgb porta al Cremlino.
Ricostruzione senza precedenti - Nel
Popieluszko diretto da Wieczynski l'attore Adam Woronowicz ridà voce e corpo alla battaglia del prete polacco. Il regista ha mescolato immagini d'archivio, documentari e finzione con una completezza e complessità inedite. Grandi scene di massa sono state girate ricorrendo a settemila comparse, in uno degli sforzi economici più importanti del cinema dell'Est europeo. Per riscoprire l'uomo che, pur potendosi mettere in salvo e venendo incoraggiato dal Vaticano, decise di restare a fianco agli oppressi, diventando, prima che un santo, un simbolo di libertà.
03 novembre 2009
Redazione Tiscali