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Paz Vega (foto Kikapress)
Paz Vega (foto Kikapress) 

Cinema

Paz Vega, bellissima donna di un reporter di guerra

di Emanuele Bigi
 Applausi tiepidi all’anteprima stampa di Triage (nelle sale dal 27 novembre) , il film d’apertura della quarta edizione del Festival Internazionale del Film di Roma. Ci saremmo aspettati un’inaugurazione più scintillante ma si sa è difficile conciliare perfettamente glamour e autorialità, forse la direzione puntava sulla presenza di Colin Farrell che invece ha dato forfait. Comunque anche alla prima edizione della kermesse romana Fur con Nicol Kidman non aveva entusiasmato, a cancellare i malumori ci aveva pensato la stessa diva che aveva raccolto attorno a sé fan urlanti. Questa volta il divo di turno non c’era, in sostituzione sono accorsi sul tappeto rosso dell’Auditorium il regista premio Oscar Danis Tanovic, la bellissima Paz Vega, ormai di casa a Los Angeles e la leggenda del cinema Christopher Lee. Con loro ha sfilato anche Margherita Buy, la madrina 2009.
La guerra in Kurdistan - Tanovic torna a raccontare la guerra dopo l’exploit con No Man’s Land, questa volta in Kurdistan. Siamo nel 1988 due fotoreporter, Mark (Farrell) e David (Jamie Sives), partono per una nuova avventura lasciando a casa le rispettive mogli, Diane in attesa di un bambino ed Elena (Vega), compagna di Mark. La missione si concentra in un ospedale gestito dal dottor Talzani (Branko Djuric, anche lui in passerella) costretto a uccidere i pazienti che il destino non ha voluto risparmiare. Mark è alla ricerca dello scatto perfetto, David non vede l’ora di tornare a casa. I due si separano, il primo viene colpito da una granata costringendolo a rientrare a Dublino. Il ritorno è traumatico, sembra che la guerra voglia lasciargli segni indelebili,  nel frattempo si sono perse le tracce di David. A cercare di scacciare l’orrore ancora vivo nel personaggio di Farrell è Joaquin (Lee), nonno di Elena, responsabile della purificazione dei criminali dopo la guerra civile spagnola. La mancanza di Farrell sul red carpet ha trasformato Paz Vega nella diva della serata, la sua bellezza ha elettrizzato fotografi e pubblico. Ormai l’attrice spagnola di Lucia y el sexo è abituata ai flash, Hollywood l’ha adottata da un po’.
Come si è preparata al ruolo?
“Prima di tutto ho letto il bellissimo libro di Scott Anderson da cui è stato tratto il film, poi ho discusso con Tanovic sulla guerra in Bosnia che lui stesso ha vissuto, molto simile a quella in Kurdistan, infine ho cercato di essere quello che il regista mi diceva di dover diventare: una donna innamorata, impaurita e angosciata dalla guerra che aspetta il ritorno del marito. Elena è un assistente sociale che aiuta i profughi, non credo sia chiaro nel film, per questo ha un pessimo rapporto con il nonno che reputa fascista”.
Come si è trovata con Farrell?
“È un vero talento e poi mi aspettavo di relazionarmi con una persona molto diversa, invece è molto carina e piacevole”.
Aveva idea di cosa fosse la guerra in Kurdistan?
“No, sono nata nel 1976, finora non avevo alcuna idea, ricordo molto bene quella in Iraq”.

I giovani spagnoli sentono ancora l’eredità del franchismo?
“No, per noi rappresenta un passato molto lontano, è qualcosa che abbiamo studiato a scuola. Sicuramente ha lasciato dei segni sui nostri genitori”.

Come si trova a Hollywood?
“Molto bene, la macchina è perfetta, non dico che vivrò li per sempre lì, un giorno ritornerò a casa. All’inizio Los Angeles per un europeo non è molto accogliente”.

Ha cambiato il suo rapporto con le scene di nudo dopo essere diventata mamma e soprattutto la scelta dei copioni?
“Ero un attrice prima e lo sono adesso, non ho nessun problema ad affrontare le scene di nudo, l’importante è che non siano gratuite. Lucia y el sexo non avrebbe senso senza quelle immagini”.

Dopo quel film i media hanno costruito intorno a lei un certo tipo immagine, come l’ha presa?
“Mi avevano dipinto come sexy, tutta viso e corpo, in realtà quella descritta non ero io”.
È vero che voleva diventare giornalista?
“In realtà da sempre desideravo fare l’attrice, l’università più vicina a casa mia era quella di giornalismo, potevo permettermi così di seguire le lezioni in accademia, non ho mai finito l’università e comunque non avevo la pasta della giornalista, sono poco curiosa”.
 
16 ottobre 2009
 
 
 
  
 
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