
di Anna Falchi (www.annafalchi.it)
27 Aprile 2009 - Il grande Clint Eastwood più invecchia e più sembra avere l’entusiasmo di un giovane poiché continua a sfornare film con un’incredibile prolificità e tutte le sue pellicole sono all’insegna della qualità: dopo i due capolavori Mystic River e Million Dollar Baby, pluripremiati agli Oscar, nel giro di due anni ha confezionato due importanti film di guerra, Flags of Our Fathers e Letters from Iwo Jima, poi il drammatico e intenso Changeling e ora Gran Torino; insaziabile ora sta già girando The Human Factor con Matt Damon nei panni di un grande giocatore di rugby e Morgan Freeman nei panni di Nelson Mandela.
Non il miglior Eastwood - Gran Torino è un buon film, ma probabilmente non un capolavoro come da più parti è stato detto: si tratta di un film toccante con una sceneggiatura semplice, a tratti forse anche prevedibile. Insomma potrò risultare fuori dal coro – alcuni critici snob lo hanno etichettato come un film buonista - ma Gran Torino ha anche dei ritmi piuttosto lenti, a tratti è statico: dopo la incisiva presentazione del personaggio fino a tutta la prima ora e mezza non avvengono sorprendenti colpi di scena, salvo il finale con il tragico epilogo. Sicuramente comunque un prodotto di alta qualità, dove brilla l’eccellente interpretazione di Eastwood nell’incarnare il classico vecchio reduce dalla guerra (in questo caso la guerra in Corea), collerico e insofferente al nuovo; molto ben diretti tutti gli altri attori e magnifica la fotografia livida dello storico direttore della fotografia di Eastwood, Tom Stern.
Il reduce tormentato - Gran Torino narra la vicenda di Walt Kowalski: già nel nome si legge un omaggio cinefilo al cinema di Elia Kazan e al rozzo e affascinante protagonista di Un tram che si chiama desiderio interpretato Marlon Brando - che si chiamava appunto Stanley Kowalski). Walt, rimasto vedovo, passa le sue giornate sulla veranda di casa bevendo birra ghiacciata in compagnia di una vecchia cagnetta ormai sorda e nel suo garage custodisce gelosamente una splendida Ford – azienda per la quale ha lavorato dopo la guerra - del 1972, modello Gran Torino, perfettamente tirata a lucido e diventata un feticcio del personaggio protagonista. Orfano della moglie Walt è un uomo solo: l’unico suo vero amico sembra essere il suo barbiere italiano con il quale dialoga scherzosamente scambiandosi simpatici insulti. Tutte le giornate trascorrono tranquillamente tranne che per le visite indesiderate dei figli con gli odiati nipoti – emblemi per Walt di una nuova generazione di giovani molliccia e svuotata - e per la presenza nella casa a fianco di una famiglia di asiatici di etnia Hmong. Attraverso i due giovani asiatici Thade e Sue, della stessa età dei detestati nipoti viziati, Walt sembra scorgere quei valori ormai estinti nei suoi familiari e decide così di proteggere da una gang che li perseguita la pittoresca famiglia di asiatici – con tanto di nonna che inveisce contro tutto e tutti sulla veranda, che è una sorta di personaggio simmetrico di Walt. Fino al drammatico finale che il decorso della vicenda fa intuire.
Di classe, ma sempre manierismo - Oltre al legame con la macchina, nel protagonista c’è il rapporto con le armi e soprattutto con i fantasmi del passato, quei classici “scheletri” che lo tormentano: i “musi gialli”, come li chiama Walt, che in guerra fu costretto ad uccidere.
Insomma alla resa dei conti Gran Torino è un film di qualità anche se si ha l’impressione che talvolta affiori nel vecchio Clint un manierismo nella scelta e nella rappresentazione di temi e situazioni che avevamo già visto nei suoi film migliori.
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