
di Anna Falchi (www.annafalchi.it)
10 Aprile 2009 - A due anni di distanza da The Fountain, Darren Aronofsky torna alla ribalta con uno dei film più belli degli ultimi tempi, The Wrestler, vincitore del Leone d’Oro a Venezia. In questa felice pellicola il regista nativo di Brooklyn non usa come nei suoi primi film (P-Il teorema del delirio e Requiem for a dream) lo stesso linguaggio art-rock grazie al quale si era imposto a Hollywood come un grande talento visionario, ma stavolta decide di adottare una regia più pulita e intima, più profonda, più spirituale: con la macchina da presa sceglie di seguire costantemente il personaggio protagonista.
Rourke in assoluto stato di grazia - Aronofsky racconta lo scacco e la distruzione fisica, temi a lui cari, di Randy The Ram (l’ariete) Robinson - interpretato da un Mickey Rourke in assoluto stato di grazia giustamente candidato al premio Oscar -, un campione di wrestler oramai decaduto: inizialmente lo seguiamo mentre partecipa ad un incontro di fans, assai umiliante, alla fine del quale ha un infarto. Rourke con grande umiltà si cala in questo ruolo in modo eccellente mettendoci dentro forse anche qualche elemento autobiografico: lui prima giovane attore prodigio poi dimenticato, quindi diventato boxeur e poi tornato in auge, insomma una vita di “discese ardite e di risalite”.
La dedica al rock anni Ottanta - The Wrestler è ambientato a cavallo tra gli ’80 e i ’90: molto pertinenti le scelte dei brani Hard Rock (Guns ‘n Roses, Iron Maiden), sintomatici di un’epoca e di un modo di vivere: “Io adoro la musica degli anni '80 poi è arrivato quel frocetto di Kurt Cobain ed è finito tutto” - è così che Randy esclama ubriaco prima di baciare la donna che forse ama, Cassidy (una superba Marisa Tomei candidata all’Oscar); i due sono uniti dal fatto che anche lei, spogliarellista, lavora con un corpo che mette in mostra e prima o poi appassirà. E sarà proprio Cassidy a consigliare a Randy di tentar di recuperare l’affetto perduto della figlia (una incisiva Evan Rachel Wood), che lo odia e non gli perdona di averla abbandonata quando era in tenera età.
Una pellicola di grande impatto - La pellicola di Aronofsky diventa poi emotivamente sempre più di grande impatto quando Randy scende orgogliosamente dal ring e sale sul palcoscenico della vita vera nella quale non riesce ad integrarsi e dove appare goffo: tenta di fare lavori umili, lavora al banco di un grande magazzino – lì in una delle scene più belle del film Randy, al suo primo giorno di lavoro, sente il boato della folla come se stesse facendo il suo ingresso sul ring (esattamente come il personaggio interpretato da Ellen Burstyn in Requiem for a dream che, per abuso di farmaci, sognava di essere dentro la sua trasmissione prediletta).
Struggente la poetica canzone di Bruce Springsteen - Certo approfondendo quasi esclusivamente la dimensione nevrotica di un grande perdente, non emerge in profondità un messaggio di denuncia che dovrebbe riguardare tutta la realtà del wrestiling: un mondo in cui è all’ordine del giorno l’utilizzazione e l’alterazione di “pezzi di carne maciullata” al fine dello show business , con lottatori alla stregua di fenomeni da baraccone, cavie che spesso hanno una vita più breve della norma come i protagonisti del Sumo. In questo senso bellissima e struggente la poetica canzone di Bruce Springsteen, scritta per tutti i wrestler caduti.
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