
Wes Anderson, dopo quattro anni da Le avventure acquatiche di Steve Zissou (2004) torna alla regia con Il treno per il Darjeeling. Anche se è doveroso segnalare che in veste di produttore ha realizzato nel 2005 dal titolo The Squid and the Whale (Il calamaro e la balena) di Noah Baumbach, un notevole film indipendente con una grande Laura Linney a capo di una famiglia borghese sfasciata e problematica.
Tra malinconia e modernità - Ne Il treno per il Darjeeling, Wes Anderson torna a lavorare con i suoi attori feticcio, quindi il sempre immancabile Owen Wilson, Jason Schwartzman e la grande Anjelica Huston (c'è anche un cameo muto di Bill Murray e un altro di Barbet Schroeder): questa volta viene aggregato anche Adrien Brody, in una interpretazione leggera, ironica e costruita sulla fissità, un vero e proprio novello Buster Keaton postmoderno, svagato e malinconico.
Versatilità e espressività - Vorrei aprire un'ulteriore parentesi su Adrien Brody, riflettendo su altre sue celebri interpretazioni come quella di Richie, il punk lunatico di S.O.S. Summer of Sam di Spike Lee o di Szpilman, l'ebreo perseguitato dai nazisti ne Il Pianista di Roman Polansky, ma anche in King Kong di Peter Jackson o in Bread and Roses di Ken Loach, che ne fanno uno degli attori più naturalmente versatili ed espressivi di Hollywood.
Famiglie annoiate - Wes Anderson, regista quasi di culto in ambienti cinofili americani, dopo Rushmore (1998) e I Tenembaum (2001), torna ad analizzare una famiglia alto borghese annoiata ed esistenzialmente non appagata: anzi Il treno per il Darjeeling sembra proprio un capitolo successivo, un ideale proseguimento di questi due film. Il plot è molto semplice: dopo la morte del padre, i tre eccentrici fratelli Withman, che da un anno non si vedono e non si parlano, hanno pianificato di fare insieme un viaggio in India per ritrovare se stessi e il loro vecchio legame ormai smarrito. Il viaggio diventerà, anche grazie alla lezione di vita che impartirà loro la madre, un'occasione per una crescita spirituale.
Sensuale e passionale - Come tutti i film di Anderson assistiamo a un interessante confronto familiare dove tre fratelli infantili e viziati devono fare i conti col presente e confrontarsi con la loro madre anticonformista, che anni prima li aveva abbandonati con una drastica scelta esistenziale, per diventare una suora volontaria. Si nota inoltre una differenza sostanziale rispetto ai suoi film precedenti: qui la sessualità diviene molto più esplicita, soprattutto nell'iniziale scena d'amore impetuosa tra Sharzman e la bellissima attrice indiana Amara Karan.
Una piacevole e surreale - Scritto da Wes Anderson, Roman Coppola e Jason Schwartzman, Il treno per il Darjeeling è quindi un film gradevole, profondo, spesso incline al surreale (con un'atmosfera che ricorda un po' Harold e Maude di Hal Hasby). Wes Anderson (il quale intervistato ha detto: "mi piace l'idea di una location in movimento") dopo aver fatto un film tutto su una nave (Le avventure acquatiche di Steve Zissou) ha deciso quindi di farne uno tutto in un treno.
Lento ma scenografico - Sicuramente Il treno per il Darjeeling sul piano del ritmo narrativo può avere dei momenti di lentezza, ma da sempre nei lavori di Anderson ciò che conta è la messa in scena: la maniacalità all'interno del quadro nella disposizione degli oggetti, un sempre attento studio cromatico, una scenografia costruita su una geometria spaziale interna sempre perfetta. Due scene prese singolarmente già valgono il prezzo del biglietto: il geniale ralenty mentre viene preso il treno in corsa con il quale inizia e termina la pellicola e il carrello composto da tutti i finestrini ognuno dei quali è un quadro vivente, quasi come se Anderson ci sfogliasse davanti un suo album di foto.
Una spendida India - Determinante la fotografia di Robert Yeoman che ci mostra un spaccato dell'India nei suoi colori più accesi. Splendidi la colonna sonora (Kinks, Rolling Stones, Debussy e nostalgiche canzoni francesi) e i costumi del premio Oscar Milena Canonero. La ciliegina sulla torta è costituita infine dal corredo di valige creato appositamente per il regista da Luis Vuitton: esse rappresentano simbolicamente il loro passato incerto dei protagonisti e dalle quali loro si libereranno per continuare a vivere più leggeri e liberi.
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